Luce nelle periferie: al via il progetto “Chiesa casa di tutti”

24 Mar

Il 21 marzo il primo incontro all’Addolorata con 40 presenti: diverse le provenienze e le sensibilità emerse

«Il Signore sceglie le periferie per iniziare», per portare la sua luce. Chi ricorda le «periferie esistenziali» di Papa Francesco?Bene, questa espressione non era un’invenzione di Bergoglio, ma la concretezza di GesùCristo, il suo stile nella vita terrena. Periferie che sono dentro le nostre città, dentro le nostre case, dentro di noi. Ma spesso – per indifferenza o per orgoglio -non le vediamo o le neghiamo. Da qui parte l’iniziativa diocesana intitolata “Chiesa casa di tutti”, promossa dagli Uffici diocesani catechistico e per la pastorale familiare assieme al neonato gruppo “Famiglie in cammino – Ferrara”.

Lo scorso 21 marzo si è svolto il primo dei quattro incontri che si svolgeranno tutti nella parrocchia della Beata Vergine Addolorata, di Ferrara. Il calendario è così strutturato:

Ricordiamo che i prossimi incontri sono in programma (sempre con inizio alle ore 16) il 23 maggio con la meditazione su Mt 4,18-5, 16 a cura di Paolo e Chiara Mantovani, unadelle coppie di coniugi promotrici del gruppo “Famiglie in cammino – Ferrara”; a seguire, il 26 settembre la biblista Silvia Zanconato rifletterà su Mt 15, 21-28, mentre il 10 ottobre avrà luogo un momento conclusivo, dedicato ad un laboratorio di applicazioni pastorali, condotto da don Alessio Grossi.

Ogni incontro prevede anche un momento conviviale e alle ore 18, per chi lo desidera, la partecipazione alla santa Messa. 

Per partecipare agli incontri si chiede di inviare una mail a vicariopastorale@proton.me

LUCE DOVE C’È OMBRA

Una 40ina i presenti al primo incontro del 21 maro, presentato da Paolo Mantovani e che ha visto la riflessione del Vicario Episcopale per la Carità Pastorale don Michele Zecchin su Mt 4, 12-17. 

«L’inizio della missione e predicazione di Gesù – ha detto don Zecchin –  continua», ora, sempre «dentro di noi», che siamo noi stessi a proseguire nella storia. Gesù che «va tra la gente di periferia (dove molti sono i pagani)», per portare luce dove c’è «ombra di morte». È l’invito alla conversione, invito «rivolto a ogni singola persona», a chiunque, perché «c’è l’urgenza del cuore di Dio che vuole il bene di ognuno, vuole che cambiamo mentalità, sguardo sulle cose, per assumere il Suo punto di vista». 

Nessuna imposizione, ma «un movimento, un dinamismo» del Dio vivente che entra nella storia:«Gesù è qui, anche ora, è nelle mie carni, nella mia testa, nei miei affetti, e con urgenza e delicatezza invita a me, ogni persona a seguirlo».

RIFLESSIONI DAI PRESENTI

Diverse le riflessioni emerse dai quattro gruppi nei quali i presenti si sono divisi dopo la meditazione di don Zecchin e un momento di riflessione personale. «Ci sono dei momenti in cui dobbiamo metterci in gioco. Siamo popolo in cammino che deve affrontare il presente confrontandosi con la Scrittura e Gesù come esempio. Metterci in gioco e portare tutti alla salvezza! In sordina, senza effetti speciali», condivide un presente.

Mettersi in gioco in modo serio significa «conversione del cuore come tema urgente e allo stesso tempo da collocare in una storia ampia. Dobbiamo aprirci davvero a tutti, se davvero vogliamo stare con Gesù», riflette un’altra persona. «Senza farci abbattere dalla quotidianità e dalle brutture che vediamo». La chiave di tutto sta nell’altro, nell’ascolto e nella condivisione: «Gesù stava in mezzo alla gente, stava con tutti: questo è un buon esempio per noi. Stare con tutti quelli che incontriamo sulla nostra strada». Il «bisogno di conversione – quindi – è necessario per abbattere le nostre resistenze e per saperci così confrontare con una realtà molto variegata». Il «grande peccato sta nel pensare di non essere salvati». Ma «i giovani si sentono accolti?»: torna la domanda sempre più urgente nelle nostre comunità. «Quando non c’è conoscenza c’è il pregiudizio, è fondamentale il desiderio di relazione con il prossimo e con Dio», è il pensiero di un altro partecipante. «E io, ho fatto qualcosa per accogliere?».In ogni caso, in molti sentono «il desiderio di conoscere come la Chiesa affronta oggi questi temi di frontiera». «Dio si rende presente a tutti, come luce e ricerca di armonia», è un ulteriore contributo. Ed «è molto importante tenere presente la dinamica dell’economia della salvezza:i tempi che Dio pone in essere per realizzare la nostra salvezza sono particolari, chiedono il senso della profezia, di uno sguardo lungo». In ogni caso, non dimentichiamo mai che «le cose nuove iniziano proprio dove non ce ne accorgiamo». 

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2026

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Acqua bene comune per il “diritto alla vita”: se la guerra oggi è idrica

24 Mar

Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, è intervenuto a un incontro pubblico a Ferrara: «entro il 2050, 5 miliardi di persone potrebbero vivere in aree con scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno». La possibile guerra tra Egitto ed Etiopia

di Andrea Musacci

«L’acqua è il bene supremo, come scrisse Papa Francesco è diritto alla vita: difendiamolo». Così si è espresso padre Alex Zanotelli, intervenuto lo scorso 16 marzo, da remoto, in un incontro svoltosi nell’Ateneo di Ferrara (foto). Nella sede di via Adelardi si è infatti svolta l’iniziativa pubblica sul tema “Acqua. Un bene comune e i conflitti mondiali”, organizzata da Forum Ferrara Partecipata, Laboratorio per la Pace Ferrara – UniFe e Rete Pace Ferrara, e guidata da Alfredo Mario Morelli, coordinatore Laboratorio per la Pace, e con l’intervento di Gianfranco Franz, docente UniFe di politiche per la sostenibilità e lo sviluppo locale. «Oscurato – han spiegato gli organizzatori – è il fatto che la guerra e il controllo delle materie prime riguarda anche quelle naturali, in primis l’acqua. La logica dell’accapparramento e della privatizzazione dell’acqua è fonte di conflitti, che, nel contesto odierno, possono alimentare altrettante guerre. Basta pensare al Medio Oriente e, in specifico, alla situazione di Gaza, dove il genocidio in corso perpetrato dal governo israeliano passa anche attraverso il fatto di togliere l’acqua alla popolazione palestinese. Ma molte altre aree del mondo sono interessate alle guerre dell’acqua: dal bacino del Nilo, che genera forti tensioni tra Egitto, Sudan e Etiopia, al bacino dell’Indo, interessato al conflitto tra India e Pakistan, a molte parti dell’Africa, dal Sahel al bacino dello Zambesi, fino ad arrivare al fiume Colorado, che è oggetto di contesa tra gli Stati Uniti e il Messico».

Leggi qui l’articolo intero.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 marzo 2026

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«La guerra, epidemia alimentata dalle élite» 

21 Mar

Francesco Vignarca (Rete Pace e Disarmo) e Simone Siliani (Finanza Etica) sono intervenuti a Ferrara: «i grandi fondi investono sempre più nell’industria bellica. Costruiamo alternative concrete di pace»

di Andrea Musacci

“Si vis pacem, para bellum” (“Se vuoi la pace, prepara la guerra”) recita un’antica locuzione latina, citata – fra gli altri – anche dalla Presidente del Consiglio Meloni lo scorso giugno in Senato. “Se vuoi la pace, prepara la pace” è invece il ribaltamento non solo lessicale ma antropologico operato da padre Ernesto Balducci che così intitolò 40 anni fa i Convegni sul tema. E questo è il nome dato al partecipato incontro (oltre 50 i presenti) svoltosi lo scorso 11 marzo nella sede della CGIL Ferrara in piazza Verdi. Per l’occasione, Patrizio Fergnani (Movimento Nonviolento di Ferrara) ha introdotto e moderato gli interventi di Francesco Vignarca (Coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace Disarmo) e Simone Siliani (Direttore della Fondazione Finanza Etica). Prima dell’iniziativa in CGIL, Vignarca aveva incontrato anche quattro classi del Liceo “Roiti” di Ferrara.

Siliani ha esordito proprio ricordando come quei Convegni con padre Balducci l’abbiano segnato nel profondo: «Ma oggi – ha detto – l’Europa è il fulcro del riarmo globale». Riarmo che è anche «culturale e geostrategico», col «ritorno – come per gli USA con l’Iran – della teoria della cosiddetta “guerra preventiva”». Siliani ha poi citato il “Rapporto sulla competitività” presentato da Mario Draghi nel 2024 (dopo richiesta da parte della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen). Draghi, in un passaggio scrive: «L’industria della difesa necessita di investimenti massicci per recuperare il ritardo. Come riferimento, se tutti gli Stati membri dell’UE che sono membri della NATO e che non hanno ancora raggiunto l’obiettivo del 2% lo facessero nel 2024, la spesa per la difesa aumenterebbe di 60 miliardi di euro. Sono inoltre necessari ulteriori investimenti per ripristinare le capacità perse a causa di decenni di investimenti insufficienti e per ricostituire le scorte esaurite, comprese quelle donate per sostenere la difesa dell’Ucraina contro l’aggressione russa». E Draghi suggerì di attingere per le spese in armi anche nei risparmi privati, compresi i fondi sostenibili. Detto, fatto: da quando la Commissione europea ha chiarito che investire nella difesa rientra nei parametri di sostenibilità promossi dalla Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR – Regolamento europeo sugli investimenti sostenibili), l’esposizione dei fondi di investimento Esg, o “verdi”, al settore delle armi è cresciuta del 21%.

«Più che di riarmo io parlerei di “continu-armo” – ha detto Vignarca -, nel senso che le spese militari globali è dal 2001 che aumentano, e in questi 25 anni sono addirittura raddoppiate. E anche nell’ambito bellico – sempre più dominante – a comandare non sono nemmeno tanto più gli Stati nazionali, ma le élite transnazionali, in particolare i grandi fondi di investimento che sempre più puntano sul settore militare: «le principali aziende della difesa sono controllate in larga parte da mega fondi di investimento globali (BlackRock, Vanguard, Kkr…) che dominano i settori strategici dell’economia mondiale e rimangono in piedi anche grazie alla bolla creata dall’aumento costante di spesa militare», scriveva Vignarca sul Manifesto lo scorso 14 agosto. «Senza questo flusso garantito i loro profitti e la loro stessa centralità nei mercati globali verrebbero messi in discussione, perché il modello di business si fonda sulla costanza di rendimenti azionari legati a una spesa pubblica (come quella militare) che non subirà mai tagli improvvisi in contesti di “insicurezza permanente”. Il risultato è un circolo vizioso che si autoalimenta: le tensioni geopolitiche spingono i governi ad aumentare le spese militari, questi flussi di denaro rafforzano i bilanci delle industrie belliche aumentandone il valore azionario, gli azionisti di riferimento – che così hanno aumentato il proprio portafoglio – hanno grande interesse a consolidarne l’andamento finanziario per cui ogni passo verso la pace viene vissuto come una minaccia economica». Insomma, solo pochi ci guadagnano, e tanto, e i soldi vengono tolti al welfare, alla tutela dell’ambiente, al diritto alla casa, al lavoro. Senza pensare al cosiddetto riarmo nucleare, che riguarda tanti grandi Paesi, e non solo (si pensi a quelli baltici).

La guerra, insomma, in ultima analisi è «l’ideologia secondo cui si possono sacrificare vite umane a un “valore” più alto». Ed è «un’epidemia ideale, politica, culturale e pratica: da quando si è diffusa l’idea che la pace si difende armandosi, le guerre sono aumentate di numero». Guerra che è sempre «un punto di non ritorno», in quanto distrugge vite, luoghi, edifici, storie e relazioni.

Altro che “utopisti”: «i veri realisti siamo noi pacifisti», ha proseguito Vignarca. E la pace è un processo «continuativo e creativo», citando il sociologo norvegese Johan Galtung. Dobbiamo cioè «sempre difenderla e costruirla, e sempre più adattarla ai tempi in cui viviamo». Sempre vuol dire che la pace va costruita «ogni giorno», per un pacifismo «che non sia solo di cuore ma anche di testa e che alle analisi e alle critiche accompagni sempre anche proposte concrete alternative». Insomma, come ha detto Fergnani, «la pace non è solo disarmata e disarmante ma anche pratica e praticabile».

Ed è questo l’impegno quotidiano della Rete Italiana Pace e Disarmo, nata nel 2020 dall’unificazione della Rete della Pace (fondata nel 2014) con la Rete Italiana Disarmo (fondata nel 2004), a cui fin da subito si sono aggiunte numerose associazioni, organizzazioni, sindacati, movimenti della società civile italiana, molti di ispirazione cattolica. Un «mosaico della pace», come diceva don Tonino Bello, che «non annulla le differenze ma anzi le valorizza nella costruzione collettiva e politica del comune obiettivo, unendo globale e locale». Insomma, esiste sempre «un’alternativa, un’utopia concreta». Come il costruire «istituzioni di pace»: a tal proposito, questo lunedì (16 marzo) la Rete Italiana Pace Disarmo ha rilanciato la Campagna “Un’altra difesa è possibile” per la costituzione di un Dipartimento che indirizzi il contributo alla difesa civile, valorizzando il Servizio civile, i Corpi civili di pace, la Protezione civile e un Istituto di ricerca su Pace e Disarmo. E ancora: a UniFe una studiosa sta svolgendo – tramite la Rete Università per la Pace (RUNI PACE) – un Dottorato d’Interesse Nazionale (DIN) in Peace Studies, con una tesi sul rapporto tra giochi on line di guerra e sistema bellico. Dottorato, il suo, sovvenzionato in parte da Finanza Etica. E poi ci sono gli obiettivi, che possono riguardare anche il nostro territorio: nelle Diocesi, il dar vita a “Scuole di pace e non violenza”, e a Ferrara intitolare due ponti a Daniele Lugli e Pietro Pinna, protagonisti del movimento pacifista.


Spese militari: i numeri

Secondo i nuovi dati pubblicati dallo Stockholm International Peace Research Institute, il volume globale dei trasferimenti internazionali di armi è cresciuto del 9,2% tra il 2016–2020 e il 2021–2025. Al centro di questa escalation c’è l’Europa, con importazioni di armi cresciute del 210% — più che triplicate — che la portano per la prima volta dagli anni ‘60 a essere la prima regione mondiale per acquisizioni militari, con il 33% del totale globale. Inoltre, i 29 Paesi europei NATO hanno incrementato le proprie importazioni del 143%. E il 48% di tutte le armi importate dagli Stati europei proviene dagli USA. Infine, l’export italiano di armamenti è aumentato del 157% tra il 2016–2020 e il 2021–2025, portando l’Italia dal 10° al 6° posto nella classifica mondiale dei fornitori di armi, con una quota del 5,1% del totale globale. L’Italia è oggi il sesto Paese al mondo per vendita di armi, davanti a Israele Regno Unito, Corea del Sud e Spagna.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 marzo 2026

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(Foto Unsplash)

Emergenza abitativa studentesca: Ferrara preda di logiche speculative

20 Mar

L’analisi in un Seminario UniFe-CNR: prezzi sempre più alti, ricchezza per pochi

di Andrea Musacci

Ferrara, ma non solo, è una città sempre meno attenta al diritto allo studio e sempre più privatizzata a scapito del diritto alla casa. È ciò che emerso dall’incontro dal titolo “Vivere e studiare a Ferrara”, Seminario a cura di CNR e Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Ferrara svoltosi l’11 marzo nella Biblioteca comunale di Casa Niccolini. Il Seminario è parte delle iniziative del progetto di public engagement (2025) focalizzato sulla sperimentazione di un’Università “fuori le mura” che si ponga a servizio della città e delle sue componenti più fragili. «La risposta di Ferrara nei confronti del suo Ateneo è debole, questo si sta deterritorializzando: andrebbe invece concretizzato il progetto di città-campus», ha detto Alfredo Alietti, docente di Sociologia Urbana di UniFe e moderatore dell’incontro. Tania Toffanin (CNR-ISMed), ha invece posto l’accento sulle sempre crescenti «logiche speculative che indeboliscono il diritto allo studio: le università italiane stanno sempre più diventando grandi aziende».

«Negli ultimi 3-4 anni vi sono state ca. 400 unità immobiliari in più usate per affitti brevi», ha invece analizzato Maurizio Ravani di Sunia CGIL Ferrara. Si tratta di «potenziali appartamenti tolti a famiglie e lavoratori». Ferrara – ha proseguito – «per essere una città piccola ha un numero alto, a livello nazionale, di redditi da investimento in fabbricati: insomma, siamo sempre più una città parassitaria», che con la rendita immobiliare fa arricchire pochi, senza creare lavoro. Senza considerare le «14mila case vuote» nel territorio estense. Per Ravani «ci vorrebbe una regolamentazione del mercato degli affitti, soprattutto di quelli brevi», perché «stiamo assistendo a un rialzo insostenibile degli stessi, che droga il mercato immobiliare: 470 euro al mese è il prezzo medio nel canone concordato, ancora più alto in quello a canone libero».

Insomma, oggi «trovare casa a Ferrara a prezzo accessibile è molto difficile, in alcuni casi impossibile». E «le residenze pubbliche sono insufficienti», con la conseguenza che «sempre più giovani e famiglie lasciano la città o rimangono ma accettando situazioni abitative pessime; da noi – ha raccontato Ravani – vengono studenti che ci mostrano le foto dei posti dove vivono: a volte sono garage o buchi con una finestrina piccola, soprattutto in zona via Oroboni». Via, questa, negli anni sempre più abitata da stranieri «e ora anche da studenti».

Per Ravani, quindi, Ferrara è sempre più una «città dell’università e non una città universitaria». Una città «non inclusiva», ma dominata dalla «gentrificazione e dalla turistificazione», nemici del diritto alla casa e del diritto alla città.

A Ferrara hanno dedicato la propria analisi anche Alex Della Monica e Giovanni Zemolini, laureandi di UniFe, che hanno svolto un’indagine fra gli studenti e le studentesse del nostro Ateneo, ricerca legata al corso di Sociologia Urbana del prof. Alietti. Fra i problemi emersi, la carenza di alloggi e i loro prezzi in aumento, gli affitti in nero, le molestie da parte di alcuni proprietari, il razzismo di alcuni di essi verso stranieri e meridionali; le aule studio non aperte in orario serale; i parcheggi spesso scomodi se gratuiti, o cari se vicino alla Facoltà; la scarsità di mense studentesche.

LA SITUAZIONE A PADOVA

Su Padova invece si è focalizzato Michelangelo Savino (UniPd): nei decenni in Italia – ha riflettuto -, le università sono gradualmente cresciute, acquistando anche sempre più strutture. «Oggi questo fenomeno, però, dopo la fase di “riassorbimento” riguarda solo le città universitarie vere e proprie». Nel tempo cresce sempre più il legame degli Atenei col territorio, soprattutto con le aziende dello stesso: sempre più, quindi, le università portano a termine «accordi affaristici» con le imprese, diventando così «questuanti», cioè “obbligate” a trovare finanziamenti per la ricerca. Ma ciò ha «serie conseguenze sull’autonomia degli Atenei». Altro aspetto analizzato da Savino è stato quello della «crescente internazionalizzazione delle città e delle università, che porta a un aumento del turismo e della cosiddetta “congressistica”». Anche qui, però, le conseguenze non sono da poco, e le subiscono gli studenti fuori sede che vedono aumentare gi affitti degli alloggi. Sulla questione abitativa studentesca, il relatore ha analizzato in particolare la città di Padova ma ciò che emerge vale in maniera molto simile per Ferrara e per le altre città universitarie: «l’aumento imponente degli iscritti alle Facoltà non è stato ancora assorbito dal tessuto cittadino, e porta l’Università a divenire la seconda azienda cittadina (dopo quella ospedaliera)». 

Permane, però, il problema dei posti letto – per studenti e lavoratori – e questa domanda «è più che altro accolta dalle strutture religiose, che però sempre più son costrette a vendere a causa del calo delle vocazioni religiose o per scelte dall’alto» (anche se l’ospitalità delle parrocchie a Padova è un «fenomeno insorgente»). «Aumentano, quindi, sempre più le strutture private profit», con conseguente aumento delle rette per gli alloggi. Spesso, quindi, studenti e lavoratori sono costretti a dividere un appartamento, con i problemi però che ne conseguono, ad esempio negli orari.

IL CASO DI BOLOGNA

Della situazione di Bologna ha invece parlato Alessandro Bozzetti (UniBo): «Bologna da luogo di residenza diviene sempre più luogo di consumo» (soprattutto per turisti e fuori sede) «e di investimento finanziario» (stesso doppio destino a cui sembra destinata Ferrara). «Aumentano, così, i prezzi immobiliari e gli affitti brevi (soprattutto con Airbnb), e quindi i residenti trovano sempre meno alloggi disponibili». 

A fronte della «studentificazione», anche a Bologna «scarseggiano le residenze studentesche (pubbliche o private, anche se quest’ultime sono in crescita, con prezzi molto alti)», mentre quasi la metà (il 48,1%) degli alloggi è dato da posti letti. L’analisi dei prezzi è impietosa: «il costo medio di una camera singola è di 543 euro, quello di un posto letto di 420 (e sono in aumento)».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 marzo 2026

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Listone, quale rispetto per la sicurezza e il decoro? (quelli veri)

18 Mar

SPIAZZATI. Le piazze Duomo e Trento e Trieste invase dallo show Mediaset

Il 20-22 marzo “Battiti Live Spring” e il compleanno di Radio 105. Il 26-27 – pochi giorni dopo -, il “Super Karaoke”. Due grandi (come dimensioni) eventi nazionali che richiameranno migliaia di persone ogni sera, senza contare gli ascolti tv sulle reti Mediaset. Sì, perché il tutto è organizzato dal gruppo che oltre ai vari canali televisivi ha al proprio interno anche RadioMediaset, società per azioni italiana che oltre a Radio 105 comprende R101, Virgin Radio, Radio Monte Carlo, Radio Subasio e Radionorba. Luogo scelto, piazza Trento e Trieste. 

La mattina di venerdì 13 marzo è presto quando le signore che gestiscono i negozi sotto il porticato della Cattedrale si accingono a iniziare la loro giornata lavorativa. Ad attenderle, una sorpresa: l’accesso pedonale si blocca al recinto del cantiere del campanile. Recinto che si bacia con quello – ben più ingombrante e molto meno utile – che delimita l’area dei suddetti mega eventi. «Non siamo state nemmeno avvisate…», mi dicono. Una delle esercenti aggiunge sconsolata: «la mia dipendente la manderò in ferie e noi chiuderemo per un po’ di giorni…». Unico a salvarsi, l’ingresso laterale del Duomo. I negozi sono accessibili, certo, ma in tanti, a piedi o in bici provenendo da piazza Duomo si bloccano quando quasi sbattono il naso contro la recinzione. Nessuno sapeva niente e non vi sono cartelli – o addetti o vigili – che avvisano del passaggio a fondo chiuso. Il baraccone rimarrà fino a inizio aprile, senza considerare le operazioni di smontaggio e che nei cinque giorni di spettacoli l’area transennata sarà ben maggiore rispetto all’attuale.

È venerdì mattina, ma la normale vita fatta del mercato, della gente che si incontra, dell’attesa del meritato riposo settimanale, è stravolta da un via vai di furgoni e di tir. Sì, tir, che transitano da corso Martiri fino al Listone. E una decina sono le auto comodamente parcheggiate su p.zza Trento e Trieste, di fronte al palco. Qualcuno si chiede perché il mercato settimanale – secondo le dichiarazioni dell’Assessora Travagli – “disturberebbe” i diversi cantieri in centro, mentre un mediamostro (un mostro mediatico) come questo, no. Dicevamo dei camion: alcuni bilici (o autoarticolati) che per raggiungere quello che sarà il backstage (tra il palco e Palazzo San Crispino) passano nell’esile spazio rimasto tra il palco e il lato dell’ex chiesa di san Romano. C’è solo un “gorilla” della Securfox a fermare i pedoni increduli e a far passare l’enorme mezzo.

A proposito di ingombri su quattro ruote, è sabato mattina, e il transito di bici e passanti è ancora maggiore: proprio davanti a San Crispino, vicino all’angolo con via Mazzini, ricompare la camionetta dell’Esercito, con due solerti militari appostati proprio all’incrocio. 

Sono diverse le domande che ci poniamo: quale sarà l’impatto acustico di queste iniziative sugli antichi edifici, in particolare il Duomo e il campanile in fase di ristrutturazione? Come questa occupazione della piazza influirà sui lavori su quest’ultimo? E vista la molto ridotta distanza fra la struttura del palco e il Duomo, cosa può accadere in caso di intemperie?

Un’ultima chicca è il camion che dalla scorsa settimana staziona davanti all’ingresso principale della Cattedrale: serve a trasmettere in diretta – dal lunedì al venerdì dalle 16 alle 18 – il programma “Music & Cars” di Radio 105. L’ennesima pietra tombale sulla decenza e sul rispetto non solo per la storia e la bellezza del centro, ma per la vita che lo affolla. E che è cosa ben diversa da un’astronave che nulla ha a che fare con Ferrara.

Andrea Musacci 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 marzo 2026

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Costituzione italiana come baluardo democratico

13 Mar

Andrea Pugiotto è intervenuto a Casa Cini per la Scuola diocesana di formazione politica

La Costituzione italiana come luogo di difesa dei diritti fondamentali da introiettare profondamente nella coscienza. Così l’ha presentata Andrea Pugiotto, docente di Diritto Costituzionale a UniFe, la sera dello scorso 2 marzo a Casa Cini, Ferrara, nel primo incontro del nuovo anno della Scuola diocesana di Formazione Politica. La serata ha visto il saluto del coordinatore della Scuola Giorgio Maghini e l’introduzione di Roberto Zoppellari.

“La Costituzione come garanzia dei diritti e regola del potere” il tema scelto da Pugiotto per l’incontro: «la necessità di uno scudo costituzionale – ha esordito – è un problema concreto, storico prima che teorico». È partito dall’orrore di Auschwitz, luogo della politica concentrazionaria e di sterminio del nazismo, dove «l’indicibile è accaduto, ed è accaduto per mano dell’uomo sull’uomo». Un orrore non limitato ma con «una portata universale, che rivela l’autentica natura umana». Accanto, un’altra immagine dello stesso periodo: la prima bomba a fissione nucleare, sulla città di Hiroshima: 70-80mila persone uccise sul colpo, 350mila con anche le radiazioni, oltre alle vittime negli anni successivi per l’esposizione radioattiva. «È anch’esso un evento dell’autocoscienza umana: l’uomo è in grado di porre fine alla storia», ha detto Pugiotto. Questi due eventi, quindi, «ci insegnano a muoverci da un’antropologia negativa, da un pessimismo antropologico e dalla provvisorietà della storia», cioè dal fatto che «siamo capaci di autodistruggerci: da qui deve partire la riflessione sulla Costituzione». Insomma, la catastrofe come «dura pedagogia della storia», e dunque la Costituzione come «“mai più” attraverso gli strumenti del diritto, che è violenza domata, argine giustificato dalla diffidenza dell’uomo sull’uomo». 

La nostra Carta costituzionale – si è chiesto poi il relatore – riesce davvero a far da scudo contro il ritorno degli errori del passato? «Alcuni la considerano vecchia, ma secondo me è longeva, cioè dimostra di saper durare nel tempo» e alle trasformazioni sociali e politiche. Le Costituzioni «si fanno nei momenti della saggezza per governare nei momenti di confusione, sono approdi saldi». Esse sono un «patto tra chi detiene il potere e i titolari dei diritti che il potere deve difendere». Altra critica alla Costituzione italiana è di essere «inutilmente prolissa e vaga, soprattutto nella parte dedicata ai diritti di liberà». Ma «la lunghezza è fondamentale per evitare il ritorno a forme totalitarie, sia nelle sue forme negative sia in quelle positive – ad esempio nei diritti sociali -, proponendo un ideale universalistico: al centro della democrazia costituzionale c’è la persona umana, i cui diritti fondamentali sono riconosciuti – non concessi – dallo Stato».

Altri ancora dicono che la nostra Costituzione è «declamatoria», cioè «non assicura che quei diritti di cui parla vengano effettivamente garantiti»: ma i padri e le madri costituenti inventarono la cosiddetta “rigidità costituzionale”, «per cui per modificare alcuni articoli non basta una legge ordinaria, quindi una normale maggioranza parlamentare, ma una convergenza tra maggioranza e opposizione».

Insomma, la Costituzione sta alla base di tutto e «sta sopra, è la legge delle leggi, la fonte delle fonti a livello legislativo». Con alcuni «principi supremi non più passibili di essere messi in discussione, principi sovracostituzionali». Ma il Parlamento potrebbe «approvare leggi che aggirino la Costituzione: per questo esiste la Corte costituzionale, che ha il potere eventualmente di rimuovere una legge che considera incostituzionale». Inoltre – ha proseguito -, alcuni articoli della nostra Costituzione (10, 11, 17 – 1° comma) «mettono in dialogo il testo con le Corti europee e internazionali, per garantite un livello sempre più alto».

Ma chi sono i titolari dei diritti costituzionali? I cittadini italiani e ogni persona sul nostro territorio, cittadino italiano o non, secondo le Carte internazionali che tutelano i diritti fondamentali degli esseri umani. Quindi «anche il rom o il migrante clandestino o il detenuto vanno tutelati, anche se spesso sono esclusi a causa di determinate campagne e pratiche politiche». Così, «per scivolamento progressivo – ha riflettuto Pugiotto – chiunque potrebbe essere vittima di discriminazione: ciò è politicamente rischioso, è un piano inclinato scivoloso molto pericoloso». È la differenza tra diritti e privilegi, tra vera democrazia e democrazia mutilata o post democrazia. Il testo costituzionale va quindi «fatto conoscere» – ha concluso -, per poi saperlo usare a seconda dei casi. I suoi principi «devono stare dentro la coscienza di ognuno, altrimenti la sua ubiquità e alla lunga la stessa Costituzione diventano solo formali».

Il prossimo incontro della Scuola sarà il 23 marzo alle ore 20.30 a Casa Cini sulla “Rete di Trieste”.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 marzo 2026

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«Dopo tanti sacrifici, ora ci han cacciato da casa: siamo disperati»: continua il dramma degli sfollati del Grattacielo

12 Mar

GRATTACIELO di FERRARA. All’imponente manifestazione del 7 marzo abbiamo incontrato alcune persone sgomberate: Ansar e Amina, genitori di quattro figli; Faith, Josh, le loro tre bimbe e il nonno adottivo. E altri le cui vite sono ancora sospese

di Andrea Musacci

Un migliaio di persone il pomeriggio dello scorso 7 marzo ha invaso le strade di Ferrara per manifestare la propria solidarietà alle circa 800 persone sfollate dal Grattacielo negli ultimi due mesi. Un fiume pacifico, festoso e indignato, intergenerazionale, multietnico e popolare. Per l’occasione abbiamo nuovamente parlato con alcuni degli ormai ex residenti delle torri per farci raccontare il loro dramma e come stanno cercando di rifarsi una vita. 

Quando incontriamo una famiglia originaria del Bangladesh, il corteo sta per partire da Largo Poledrelli direzione piazza Municipale. Ansar Mia Md e la moglie Amina Begum Mst sono proprietari di un appartamento al sesto piano della torre A. Hanno due bimbe rispettivamente di 10 e 12 anni, una frequentante la Tasso, l’altra la Poledrelli.E davanti a loro ci sono due carrozzine, con i piccoli gemelli nati appena 3 mesi fa (prima foto in basso). Ora abitano in via Modena, ma il 13 marzo dovranno lasciare l’appartamento per il quale han pagato 300 euro di affitto. In via Modena in questi mesi oltre a loro vivono altre 10 famiglie sfollate, con 20 bambini. Un piccolo quartiere multietnico, una mini riproduzione di convivenza di quella costruita a fatica negli anni al Grattacielo.Ma che ora rischia nuovamente di essere interrotta. Ansar lavora come aiuto cuoco al ristorante pizzeria “Al Cristallo” di via Bologna, mentre Amina ci racconta di come frequenta il progetto di integrazione “Madri a scuola” coordinato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, supportato dalla Fondazione Migrantes e appoggiato dalla nostra Arcidiocesi con la collaborazione della parrocchia dell’Addolorata di Ferrara.

A fine manifestazione, invece, abbiamo modo di parlare con Venicio Fachin, originario della Carnia, per una vita residente a Udine dove lavorava come elettricista.Nel 2020 ha comprato un appartamento al Grattacielo di Ferrara vicino a quello di Faith Akinade, nigeriana di origine, sua figlia adottiva, e alle sue nipotine adottiveDelia (4 anni), Eliore (21 mesi) e Abigal (7 mesi). Faith col compagno Josh, infatti, aveva anche lei acquistato un appartamento al secondo piano della torre A, invogliata dai prezzi bassi. «Ma nessuno – ci spiega Venicio – ci aveva avvertito delle forti problematiche esistenti.E la precedente amministratrice condominiale ha sottovalutato i debiti importanti di alcuni proprietari». Venicio, dicevamo, per una vita ha fatto l’elettricista: «secondo me l’11 gennaio il problema riguarda un cavo di alimentazione dell’ENEL, in bachelite, che è un materiale che non può andare a fuoco ma solo in combustione. E infatti è uscito solo del fumo.Quella notte, infatti, dal tipo di puzza avevo capito subito cos’era successo».

Ora Venicio e la famiglia di Faith vivono in una casa a Salvatonica, nel bondenese, nella quale han ricavato due appartamenti. «Ma per entrambi gli appartamenti al Grattacielo – ci spiega l’uomo – avevamo speso 80 mila euro, senza aprire mutui.E io per lo stress di questi mesi ho perso 6 kg.Sono sicuro che prima o poi verrà qualcuno che vorrà comprarci gli appartamenti alle torri sfruttando la nostra disperazione». E la speranza è che, almeno, ora non debbano continuare a pagare le spese condominiali: «ho cercato più volte di prendere appuntamento con l’amministratore condominiale per sospendere queste spese, ma non mi risponde».

Nel frattempo, Faith rischia fortemente di perdere il proprio lavoro come OSS a Bologna, perché non sa come gestire la situazione, con tre bimbe piccole, e così lontani da Ferrara: «ho sempre lavorato – ci racconta quasi in lacrime -, prima come donna delle pulizie, poi ho fatto un corso da OSS e in seguito un tirocinio.Dal 2013 lavoro come OSS, ho lavorato in varie strutture prima di essere assunta a tempo indeterminato nella sede di Bologna. Ho fatto tanti sacrifici per acquistare l’appartamento del Grattacielo, e tanto è stato lo stress per farci all’interno i lavori necessari: in quel periodo ero incinta della mia primogenita, che per il mio stress è nata prematura…». Ora sta bene, ma con le sorelle vive un nuovo dramma:lei e la secondogenita hanno smesso di andare all’asilo, non potendo così rincontrare le proprie amichette e stare con loro. Josh, invece, fa il magazziniere ad Altedo: «si sveglia alle 2 di notte, con la bici elettrica che si è comprato apposta raggiunge la fermata dell’autobus per andare al luogo di lavoro dov’è in turno dalle 6 alle 14.E alle 16 torna a casa». Dopo 12 ore dalla sveglia.

Disagi, angosce immeritate. E con le speculazioni di alcuni: «a Ferrara diverse agenzie immobiliari – ci spiega Venicio – hanno alzato i prezzi degli affitti dopo gli sgomberi. «So anche di un giovane lavoratore che per esempio ha deciso di trasferirsi a Bologna, dove lavora, ma dove paga 400 euro per stare in una camera…».

Incontriamo anche Makrem, tunisino, di cui vi abbiamo già raccontato nelle scorse settimane.Con la moglie Noura vive a Ferrara dal 2007, anno in cui hanno acquistato un appartamento nelle torri. Hanno 4 figlie: la più piccola ha 2 anni, le altre hanno 12, 14 e 15 anni (vanno rispettivamente al Tasso, al Carducci e al Bachelet). Ora vivono in via Modena dove, però, sono costretti a pagare 700 euro al mese per il loro appartamento. «La mia bambina che frequenta la Tasso – ci racconta Makrem – ha scritto un tema per raccontare il dramma che sta vivendo. Verrà pubblicato sul sito della scuola. Soffre molto per questa situazione ma almeno così si è sfogata un po’». Amara Sacko guineiano di 27 anni, viveva invece nella torre B. A distanza di due mesi, è ancora ospite di un suo amico a Pontelagoscuro, perché non riesce a trovare null’altro. Lavora all’Interoporto di Bologna: prima ci andava in treno, ora è costretto a usare l’auto.E rincontriamo anche Imad, giordano di 65 anni, sposato con un’ucraina. Entrambi hanno il reddito di inclusione, e pur essendo proprietari del loro appartamento al Grattacielo, ora sono costretti a pagare 300 euro al mese per un altro appartamento che comunque fra 30 giorni dovranno lasciare.

Infine, rincontriamo anche George Shahzad, ragazzo pakistano, che fino a poco fa ha vissuto nella residenza di S. Bartolo: i servizi sociali l’hanno separato dalla moglie incinta di 8 mesi e con un bimbo di 11 mesi, che han vissuto un mese in un appartamento in via Boccacanale di S.Stefano. «Ora – ci spiega – viviamo a casa di una famiglia ferrarese che ci ha ospitato perché i servizi sociali non rispondevano, non ci aiutavano, nemmeno per il nostro bimbo che è malato».

(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026 – Abbònati qui!)

(Foto Musacci)

Conta solo «l’oggi eterno dei viventi»: San Francesco a Ferrara

11 Mar

“Francesco e l’infinitamente piccolo”: dalle Clarisse un racconto divino

Gran finale l’8 marzo nel Monastero del Corpus Domini per la conclusione degli eventi dell’Ottavario in preparazione alla Festa di Santa Caterina Vegri (9 marzo). Nel pomeriggio di domenica si è svolta la lettura teatrale  “Francesco e l’infinitamente piccolo” con Miriam Gotti (voce e canto) e Vittorio Mazzocchi (pianoforte), e testi tratti dall’omonimo libro di Christian Bobin (foto piccole).  

Partecipati anche gli altri incontri: il 1° marzo la testimonianza di Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir della cura dei migranti a Trieste; il 6 “Chi sei Tu? Che sono io?”, incontro per giovani con Claudia Baldassari (teologa e psico-drammatista); il 7 incontro con fr. Pietro Maranesi (cappuccino e teologo).

Tornando all’iniziativa di domenica 8, questa è stata un poetico e narrativo viaggio nella vita di San Francesco d’Assisi, fin dalla sua nascita: «le madri reggono l’Eterno che regge il mondo e gli uomini», è iniziato il racconto. E lui, cresciuto «di latte e di sogni» ma che poi si perderà, diventerà venditore di drappi e stoffe, amerà la ricchezza e lo sperpero. Ma già in quei momenti inizia ad affiorare «il sorriso di Dio», «l’infinitamente piccolo». Sì, perché «l’amore di sé sta all’amore di Dio come il grano giovane sta al grano maturo». Così, nella conversione Francesco troverà «la sua vera natura, la sua vera casa, il luogo d’elezione», dopo la prigionia e la malattia. E poi c’è il suo sogno delle tre donne a Spoleto («Francesco, ritorna a casa!»), che gli permetterà di abbandonare i suoi progetti di conquista militare. Francesco tentenna, indugia, ma «canta sempre di più», il suo cuore si sta liberando, «spera ormai in un godimento più grande dell’essere giovane». Poi sparisce, esce dalla città, va tra i poveri e i mendicanti, «cerca quell’abbondanza che il denaro non gli può donare», perché «la verità è un tesoro che nemmeno la morte può levarci». Ma la povertà «nella sua nudità materiale lo attirava e al tempo stesso lo sconvolgeva». Poi avviene l’incontro col lebbroso: «in quel momento nel suo sguardo riconobbe gli occhi di Dio». Sì, perché «solo l’infinitamente piccolo può chinarsi con così tanta grazia».

Ora, può e deve avvenire il distacco “scandaloso” dal padre, per andare «a monte di tutto». Dice Francesco: «vado da mia madre terra, mia madre cielo», io che sono «folle di dolcezza»: «me ne vado nudo come un filo d’erba», «vado verso la vita». Ma Francesco non può evitare l’incontro con un’altra donna: Chiara, «chiarissima di spirito». Lei e Francesco ci aiutano a comprendere che ciò che conta è solo «l’oggi eterno dei viventi, l’oggi amoroso dell’Amore». In Francesco e Chiara, infatti, vi è la «noncuranza del domani, l’attenzione a ogni vita (…), la meraviglia per ogni presenza». La vera gioia sta quindi nell’«essere ovunque nel mondo sentendosi nel ventre di Dio». Dio, appunto: «l’infinitamente piccolo, divenuto infinitamente altissimo».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 marzo 2026

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“Spiazzati”: il centro di Ferrara ancora ostaggio del dominio dell’intrattenimento

10 Mar

Per un mese piazza Trento e Trieste a Ferrara sarà blindata per lo spettacolo nazionale di Radio 105. Barriere e camionette dell’Esercito occupano il cuore della nostra città

di Andrea Musacci

Spiazzati. Pedoni e ciclisti circumnavigano il Listone di Ferrara senza capirne il perché o fingendo indifferenza. La verità è che – ancora una volta – residenti e passanti, turisti, studenti e lavoratori sono stati espulsi dalla loro piazza. Per un mese. Costretti a passare nel poco spazio tra gli edifici e le barriere che da inizio marzo recintano quella che il 21, 22, 23, 26 e 27 del mese sarà l’area dedicata esclusivamente alla rassegna canora nazionale di Radio 105 (vi saranno 5mila persone ogni sera). Un incubo che ritorna: per alcuni anni, infatti, il Ferrara Summer Festival ha occupato per oltre un mese il cuore cittadino.

Fino a Pasqua, quindi, lo spazio libero diventerà ridottissimo, soffocante soprattutto nel lato Duomo, col solo porticato come passaggio. Ancora peggiore la strettoia obbligata causa area cantiere per i lavori al campanile. Dentro il recinto, alcuni vigilanti privati della solita Securfox presidiano la piazza svuotata di corpi, di incontri, di parole, di bancarelle e musicisti di strada. Insomma, svuotata di vita. Sono lì h24. Domenica mattina, anche due carabinieri piantonano il recinto lato piazza Duomo. Il Listone è invece già riempito degli scheletri che andranno a comporre il baraccone, l’ennesimo, per ridurre parte del centro storico Unesco a vetrina glitterata. Alcuni bagni chimici color verde pisello dentro il recinto sono il candito indigesto di questa torta servita ma non richiesta, che non abbellisce, non arricchisce, non accoglie. Ancora una volta, la bellezza dell’antica piazza è ridotta a mera scenografia per uno spettacolo mediatico senz’anima. A presidiare la cornice rosicchiata del Listone, la solita camionetta militare in pieno stile “confine israelo-libanese”. 

Panem et circenses? No, bellum et circenses. Il pane non è assicurato, anzi: la turistificazione galoppante rende sempre meno economico anche un normale spuntino in un bar. Ciò che non manca è l’immaginario bellico: «Generale, c’è un rischio concreto che l’Italia o Poggio Renatico vengano colpite dall’Iran?». «No, non al momento», ha risposto lo scorso 6 marzo al Carlino Ferrara Claudio Gabellini, ex comandante del COA – Comando Operazioni Aerospaziali vicino Ferrara. «Non al momento». Intanto balliamo. E la Prefettura nel suo comunicato stampa riguardante l’evento di Radio 105 ha spiegato: il «passaggio al livello di allerta superiore» (causa terza guerra nel Golfo) «prevede l’impiego di dotazioni tecniche avanzate per il personale». Non si specifica quali.

Insomma, nella primissima periferia urbana gli ultimi e i penultimi vengono sfrattati dalle loro case al Grattacielo, dal loro quartiere, dalle loro relazioni, dalle loro vite. In centro, invece, si dà spazio all’ennesimo show, e ci si abitua alle camionette militari. 

Ancora una volta, siamo tutti spiazzati.

(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 marzo 2026 – Abbònati qui!)

(Foto Musacci)

Condivisione e altro-da-sé: i nuovi racconti di Piero Ferraresi

7 Mar

Si intitola “Sogni e avventure sulle Alpi” il secondo libro dedicato alle memorie della giovinezza: un viaggio complesso per diventare umani

Quella «spoliazione» necessaria per scoprire la propria umanità. È da poco uscito il secondo libro di racconti di Piero Ferraresi, dal titolo “Sogni e avventure sulle Alpi” (Este Edition, gennaio 2026), séguito del libro d’esordio “Sogni e avventure sull’Appennino” (Este Edition, Ferrara, luglio 2024). Il nuovo volume – ambientato sulle Alpi, prevalentemente sulle Dolomiti, in particolare nella Val Di Fiemme e nel comune di Tesero (Trento) – Ferraresi lo presenta il 9 marzo alle ore 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea (via delle Scienze 17, Ferrara). Per l’occasione l’autore dialogherà con Mauro Presini, maestro elementare in pensione e scrittore. E il 4 marzo alle ore 16 il libro viene presentato al Centro sociale “Azzurro” (via F. Cavallotti, 33) di Occhiobello (RO). Libro che è acquistabile, oltre che negli store on line, anche a Ferrara nella libreria Libraccio (p.zza Trento e Trieste), nella libreria “Testaperaria” (via de’ Romei) e nella Cartoleria Sociale (via Spadari).

In quest’ultima fatica, Ferraresi raccoglie alcuni racconti tra biografia e fantasia, con protagonista Pierino, membro di una famiglia numerosa, fin da piccolo quindi abituato alle «piccolissime rinunce» e soprattutto all’«importanza di condividere». Al senso del limite, quindi (per ora solo fuori di sé). Le vicende di Pierino si svolgono durante le vacanze estive con la famiglia, su quei monti e quei boschi verso i quali prova «un richiamo fortissimo, un’esigenza quasi fisica».

La prima parte è il racconto della sua ricerca, con un amico, dei resti “dell’orso speleo”, preistorico, di cui tutti parlano. Ma è un rapporto, quello di Pierino con la natura non umana, appunto di attrazione, di richiamo ancestrale ma al tempo stesso di conflitto, di timore. Che sono gli stessi sentimenti che il giovane dovrà affrontare, dominare e vincere nei confronti della realtà, intesa come altro-da-sé, alterità inevitabile, quindi anche imprevisto. Insomma, dalla Storia collettiva – che tanto lo attrae, ma già vissuta, e sempre spersonalizzante – dovrà arrivare alla storia personale, unica.

In ciò, infatti, consisterà il suo doloroso ma affascinante cammino fuori dall’infanzia, il suo farsi uomo. “Uomo” da intendersi non solo, non tanto, come maschio adulto, ma come essere umano. Insomma: umani si diventa, è una conquista, e l’umano ha sempre il volto dell’Altro, è l’incontro-scontro con ciò che ci supera, che non possiamo afferrare. L’autore definisce ciò una continua «spoliazione». Nel caso di Pierino, è quell’imponente cattedrale di rocce e rami, un gatto, un nido di vespe, gli amici, i vecchi del bar. Sarà grazie a un capriolo che avverrà in lui una svolta, sarà la breve epifania di questo animale «maestoso ed elegante» a sconvolgerlo. Sarà uno dei riti di passaggio necessari nella vita del giovane.

Ma come in tutti i transiti, «le ombre» incombono, il sentirsi inadeguato, fragile, preda del proprio rimuginare. Capirà, Pierino, che al sonno inteso come stasi, routine, palude esistenziale, deve contrapporre il sonno costellato di sogni, di desideri, di visioni che rompono l’abitudinarietà stantia dei nostri quotidiani («l’appiattimento delle abitudini collettive») per farci uscire da noi stessi e dalle nostre gabbie invisibili. Serve, in questo – come detto – un Altro, che si esprime soprattutto attraverso la voce, il richiamo (spesso ricorrente nel libro), la parola quindi. E la Parola: quella del Creatore che «accompagna verso l’invisibile, verso la profondità delle altre persone, delle cose e delle situazioni».

È questa la conquista di Pierino: il riconoscere il valore della «condivisione profonda» fatta di «ascolto, attenzione, riflessione, pazienza, capacità di immedesimarsi negli altri». Quel «giardino meraviglioso» fatto di dono e comunione, nel quale contemplare la bellezza di ciò che è, dopo aver (ri)trovato sé stessi, dopo aver compreso l’essenziale.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026

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