
Franco Corleone a Ferrara per parlare delle oltre mille vittime italiane durante la prima guerra mondiale: fra queste, i quattro alpini giustiziati a Cercivento nel ’16 e il ferrarese Giuseppe Bui. Manca ancora una legge nazionale per riabilitarle
di Andrea Musacci
In dialetto friulano si chiamano i fusilâts di Çurçuvint, i fucilati di Cercivento (Udine): quattro soldati giustiziati (foto grande) nel cimitero del paese il 1° luglio 1916 con l’accusa di rivolta in presenza del nemico (art. 114 del Codice penale militare) e ammutinamento. Il caporale Basilio Matiz, il caporal maggiore Silvio Gaetano Ortis (di rispettivamente 22 e 25 anni, entrambi di Timau, Paluzza – UD), Angelo Massaro (22 anni, di Maniago – PN) e Giovan Battista Coradazzi (23 anni, di Forni di Sopra – UD) sono quattro degli oltre mille militi fucilati nel nostro Paese durante la Grande Guerra, dopo processi farsa, con accuse non provate ed esecuzioni immediate. La loro riabilitazione procede ancora molto lentamente: leggi regionali ad hoc sono state approvate prima dal Friuli (nel 2021) e poi (settembre 2025) in Veneto. Manca ancora una legge nazionale.
Per questo obiettivo da una vita si batte Franco Corleone, ex Deputato, Senatore, Parlamentare Europeo e Sottosegretario alla Giustizia, e oggi Presidente onorario de “La Società della Ragione” ed esponente dei Verdi. Corleone è intervenuto a Ferrara nel pomeriggio dello scorso 27 gennaio nell’incontro “Le contraddizioni della Grande Guerra tra retorica e tragedia: per la riabilitazione storica dei militari italiani giustiziati per ‘codardia’ ”, svoltosi nella Sala Ex Refettorio di via Boccaleone e organizzato da Rete Pace di Ferrara in collaborazione con “Civica Anselmo”.
«Lo stesso Presidente Mattarella – ha spiegato Corleone – ha espresso parole importanti sulla riabilitazione di questi fucilati: parole, le sue, durissime e inequivocabili. In un Paese democratico episodi come questi non possono essere dimenticati o omessi, ma fan parte della memoria storica. Nemmeno per il centenario della prima guerra mondiale si è parlato di questi plotoni». La prima pubblicazione in Italia sul tema si intitola proprio “Plotone d’esecuzione. I processi della prima guerra mondiale”, a cura di Enzo Forcella e Alberto Monticone, uscito per Laterza nel 1968.
Fra i soldati sul fronte, molti di loro – ha proseguito Corleone – erano «meridionali, mandati in Friuli Venezia Giulia, Veneto e Lombardia, senza sapere nemmeno dov’erano destinati», catapultati «in un mondo completamente diverso, in una realtà difficile da sopportare». Tante persone del popolo, quindi, mandate al macello, e di fianco a loro «minoranze di nazionalisti che pensavano alla guerra come “igiene del mondo”», oltre a «borghesi democratici, mazziniani che appoggiarono l’ingresso dell’Italia» nel conflitto mondiale. Fra quest’ultimi, Corleone ha citato Aldo Rosselli, fratello di Carlo e Nello, aggregato al reggimento Messina, di stanza a Tolmezzo in Carnia: nella notte fra il 26 e il 27 marzo 1916 muore in un combattimento sul Pal Piccolo, sempre in Carnia, e viene sepolto nel cimitero di Timau. Nell’ottobre 1916 gli venne riconosciuta la medaglia d’argento al valor militare. «Non dobbiamo contrapporre – ha aggiunto – ma cercare di tenere assieme la storia dei disertori uccisi e quella degli “interventisti democratici” come Rosselli». Un altro esempio presentato è quello dello scrittore e critico letterario Renato Serra, caduto in combattimento sul Podgora nel luglio 1915, ricordato da Gramsci nell’articolo “La luce che si è spenta”. Un’altra storia citata dal relatore è quella di Claudio Graziani, forse un nome di fantasia, raccontato da Silvio Villa nel libro “Claudio Graziani. Un episodio di guerra”, volume curato dallo stesso Corleone. «Il giovane ardito torinese – ha spiegato – fu capitano pluridecorato ma si rifiutò di partecipare a un attacco “suicida” e per questo venne fucilato».
La resistenza nonviolenta a quei tempi non rientrava fra le possibili scelte di questi poveri uomini. Così – ha spiegato ancora Corleone – «spesso i soldati si giocavano la carta dell’insubordinazione, unica arma che allora avevano: si ferivano, si tagliavano un dito, facevano atti di autolesionismo. E a volte venivano processati anche per questo. Chi sopravvisse tornò spesso a casa con traumi, molti di loro finirono in manicomio: venivano chiamati “scemi di guerra”».
Venendo poi a un’analisi storica più ampia, Corleone ha spiegato come «la tentazione di una svolta autoritaria – poi concretizzatasi col fascismo – ci fu già con Cadorna, convinto di essere il nuovo capo supremo». Fascismo che «da una parte disse che la Grande guerra fu una “vittoria mutilata” ma poi quando salì al potere abbandonò questa retorica ed esaltò “l’Italia di Vittorio Veneto”. Il massacro di tante vite umane, quindi, col fascismo viene dimenticato e in più si ha una cattiva gestione della pace. E cosa simile accadde con la seconda guerra mondiale».
Nei saluti introduttivi all’incontro (il primo è stato di Leonardo Fiorentini, Civica Anselmo), Sergio Golinelli (Rete Pace) ha riflettuto su come «la Grande guerra richiama molto la corsa al riarmo a cui assistiamo oggi». Ragionamento ripreso poi da Corleone: l’operazione di memoria dei fucilati della Grande Guerra «va fatta, a maggior ragione in questo nostro tempo di guerra, di conflitti disumani, con tecnologie avanzate come i droni. Mi chiedo: in queste guerre di oggi che ruolo può avere la nonviolenza e l’obiezione di coscienza? A Minneapolis come in Iran, come si può agire la nonviolenza? Forse bisogna reinventarla, la nonviolenza, bisogna essere diversi dal potere della forza, dalla violenza del potere».
Un messaggio che ci portiamo a casa e su cui riflettere, sempre.
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STORIE DAL FERRARESE. Bui, disertore di Migliarino, fucilato alla schiena. E il pacifista Matteotti in difesa dei compagni
Nel suo intervento, Corleone ha dedicato due episodi al territorio ferrarese: il primo riguarda la vicenda di Giuseppe Bui, contadino analfabeta nato a Migliarino nel 1891 e morto in guerra nel 1916 a a Pri Fabrisu (vicino a Oslavia, Gorizia), fucilato alla schiena dopo la condanna del Tribunale di guerra del 6° Corpo d’armata per «diserzione in presenza del nemico». «Il suo nome – ha spiegato Corleone – è uscito da ricerche condotte dalla Consulta scientifica che sta lavorando sul Friuli Venezia Giulia e il Veneto».
L’altra storia accennata da Corleone e legata al Ferrarese inizia nel gennaio del 1921, a Livorno, dov’è in corso il XVII Congresso del Partito Socialista Italiano, Congresso che sancirà la scissione comunista e la nascita del PCd’I. Lì è presente anche Giacomo Matteotti, che – pur iscritto a parlare – non interverrà mai: lo raggiunge, infatti, la notizia che a Ferrara sono stati arrestati il sindaco socialista Temistocle Bogianckino e il segretario della Camera del Lavoro Gaetano Gilardini, sia per i fatti del Castello Estense del dicembre precedente – con numerosi morti lasciati sul terreno dopo l’assalto al Comune da parte delle squadre fasciste – sia per impedire loro di raggiungere Livorno. I fascisti assaltano anche la locale Camera del Lavoro e quindi Matteotti decide di precipitarsi a Ferrara, dove arriverà il 18 gennaio, assumendo subito la direzione della Camera del Lavoro. Ma i fascisti lo aspettano: viene aggredito, gli sputano addosso, viene malmenato davanti alle forze dell’ordine impassibili (per ordini ricevuti dall’alto). Matteotti fu anche uno dei socialisti non interventisti: «Se avessimo raccolto l’insegnamento sull’Europa di personalità come Matteotti, Rosselli e Spinelli, forse avremmo un’UE, un’Europa diversa, non tutta tesa al riarmo», ha concluso Corleone.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 febbraio 2026
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