
Linda Maggiori e Marco Bersani a Ferrara. I due hanno spiegato il riarmo Ue e italiano e la riconversione in Emilia-Romagna. Preoccupanti le spese in Italia e in Europa. La battaglia sul traffico da Ravenna e gli affari delle aziende emiliane in questo mercato
di Andrea Musacci
La percezione è sempre più diffusa: viviamo in un’epoca in cui la guerra è la dimensione strutturale. E questo si respirava il 20 ottobre nella Sala ex Refettorio di san Paolo a Ferrara fra i tanti presenti per l’incontro su pace e riarmo. Iniziativa ricca anche di interventi dal pubblico (una dozzina). Rete Pace Ferrara – che ha organizzato l’incontro (in collaborazione con La Comune di Ferrara) ha invitato a parlare Marco Bersani, portavoce di Attac Italia, e la giornalista Linda Maggiori, autrice di inchieste sul traffico di armi dall’Italia al Medioriente e, nello specifico, attraverso il porto di Ravenna (il 6 novembre esce il suo nuovo libro, edito da Altreconomia, “La logistica delle armi. Dai porti al genocidio: la rotta mondiale della filiera bellica”).
Abituiamoci alla guerra
«La guerra – ha esordito Bersani – è il «tentativo di questo modello economico-sociale di non prendere atto della propria crisi sistemica». Perché affrontarla vorrebbe dire mettere in discussione sé stesso. «Mai così forti come oggi sono state le disuguaglianze e la crisi climatica ma «viviamo in una costruzione artificiale fatta di bolle, quelle del riarmo, della finanziarizzazione e dell’Ai». E a proposito di ReArm Europe – il piano proposto da von der Leyen a marzo 2025 -, Bersani ha spiegato che si tratta di «una grande ipocrisia perché in realtà l’aumento delle spese militari avviene da anni». Nello specifico, «la Germania si sta trasformando in una potenza mondiale a livello militare». E nel Libro bianco dell’Ue «si dice che siamo sottoposti a una minaccia perenne da parte di Russia, Cina e Corea del Nord e che i cittadini Ue non hanno consapevolezza di ciò, a differenza delle élite europee». Qui, entra il tema degli incontri – «sempre più frequenti, una vera e propria moltiplicazione» – dell’esercito nelle scuole (v. la Voce del 22 ottobre 2026).
Spese e alternative
Come moltiplicate sono le spese militari: il prossimo bilancio dell’Ue (periodo 2028-2034) prevede 131 miliardi di euro per la difesa e l’aerospaziale, cinque volte di più di quelle attuali. In Italia significa 2,4 miliardi in più all’anno. Spese che nel nostro Paese oggi rappresentano il 2% del Pil e arriveranno quindi al 5, di cui il 3,5 sarà spesa direttamente militare e il resto per le infrastrutture. Da oggi al 2035 il nostro Paese spenderà 400 miliardi di euro in più in spese militari. Poi, ha aggiunto Bersani, «attenzione ai grandi fondi – Black Rock, Vanguard e State Street – che oltre che in fossili e immobili, investono sempre più in armi».
Ma non bisogna fermarsi alla denuncia. «Dobbiamo mettere insieme ogni cultura politica che condivide questa critica al riarmo», ha concluso. Una convergenza, questa, «già iniziata», ed è importante che «ci sia anche nei territori». Il 30 ottobre avrà luogo lo sciopero dei portuali italiani contro il traffico di armi (in contemporanea con diversi porti nel mondo), mentre il 20 novembre lo sciopero studentesco europeo e nazionale, e della Cgil. Che si spera diventi sciopero generale europeo. E il 24 ottobre è stata lanciata la campagna “Sollèvati! La coscienza non si arruola”, rivolta soprattutto a 16enni e 17enni, che ogni anno vengono automaticamente iscritti nelle liste di leva del proprio Comune. La campagna è promossa, tra gli altri, da Pax Christi, Comunità dell’Arca, Focolari e Agesci.
Il traffico di armi in Italia
«Le spese militari sottraggono soldi alle spese sociali», ha aggiunto Corrado Oddi (Rete Pace Ferrara), che ha moderato l’incontro. «Ci vuole sapere collettivo» e «in Europa va costruito un grande movimento per la pace». Oddi ha poi affrontato il tema della conversione bellica di diverse aziende nella nostra regione, o il fatto che producono componenti finalizzate a industrie tedesche già convertitesi al militare.
Su questo si concentra il lavoro di inchiesta di Linda Maggiori, che a inizio 2026 assieme all’avvocato Andrea Maestri ha iniziato una battaglia per conoscere il transito di armi dal porto di Ravenna. Battaglia che ha visto lo scorso 16 ottobre una vittoria, col Consiglio di Stato che ha dato ragione alla loro richiesta di poter accedere agli atti, accesso finora negato dall’Agenzia delle Dogane, difesa dall’avvocatura di Stato. Nella sentenza, tra l’altro, è scritto che la conoscenza di questi documenti consente «la partecipazione più consapevole alla vita di una comunità, la vicinanza tra governanti e governati, il consapevole processo di responsabilizzazione (accountability) della classe politica e dirigente del Paese». Il 23 ottobre Dogane ha comunicato i dati: dal porto di Ravenna nel 2025 sono partiti oltre 225mila kg di materiali di armi e componenti militari verso destinazioni “ignote”. Si tratta quasi interamente di «merce relativa a dichiarazioni doganali di esportazione presentate presso altre Dogane ed imbarcata presso il porto di Ravenna e diretta a Stati extra-Ue». «La nostra è una vittoria importante – per noi e per tutti i porti italiani – anche perché l’avvocatura dello Stato, che ha difeso l’Agenzia delle Dogane, dipende dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Avvocatura che ha scritto che siamo in una guerra ibrida e nella terza guerra mondiale a pezzi. Ma quando il nostro Parlamento ha deliberato che l’Italia è in guerra?». «Dal porto di Ravenna – ha aggiunto – «passano anche sistemi dual use. E a Ferrara c’è Yara che produce nitrato d’ammonio, usato da Israele per minare gli edifici di Gaza». Per citare altre aziende in regione, la Curti di Castel Bolognese e la Poggipolini di san Lazzaro di Savena producono componenti per veicoli militari (terrestri e aerei), anche in accordo con Leonardo, spa attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza, e che vede come suo maggior azionista il Ministero dell’Economia.
Maggiori ha poi accennato al Militar Mobility, serie di proposte presentate a novembre 2025 dalla Commissione Ue e dall’alta rappresentante Ue per esteri e sicurezza, per agevolare il trasporto militare». Secondo queste misure, «anche i diritti sindacali e gli orari di riposo dei camionisti possono andare in deroga, perché secondo l’Ue siamo coinvolti in guerra e quindi ognuno deve dare il proprio contributo».
Industriali con l’elmetto
Interessante anche un aneddoto raccontato da Maggiori che ben spiega il clima nel quale viviamo: «lo scorso giugno a Reggio Emilia c’è stato un convegno di Confindustria dedicato alle possibilità del business delle armi. Nonostante fossi regolarmente accreditata, sono stata fatta uscire dalla sala poco prima dell’inizio». Il tema era “Aeronautica, Difesa, Aerospace: perimetro e regole del gioco” e così veniva presentato sul sito della Confindustria reggiana: «Le richieste di un maggiore impegno agli alleati Nato in termini di investimenti nella sicurezza e nella difesa, così come la crescente attenzione ai settori dell’aeronautica e dello spazio per ragioni economiche, tecnologiche, militari e geopolitiche, stanno generando una dinamica di mercato in forte espansione ed emergono come uno dei principali vettori di trasformazione del nuovo ordine industriale europeo». Fra gli interventi, uno intitolato “Riconvertire l’Industria”. E su “Vision”, la rivista degli industriali reggiani, si elogiano le alleanze di Leonardo spa: il Global Combat Air Programme, «progetto di nuova generazione per la prossima famiglia di caccia da combattimento» o gli accordi con la turca Baykar Technologies per «lo sviluppo congiunto di tecnologie senza pilota», o le collaborazioni di Fincantieri spa con Edge, degli Emirati Arabi Uniti. E in un altro articolo si spiega come la riorganizzazione industriale europea verso la difesa per molte Pmi locali «potrebbe essere l’occasione di entrare in catene del valore meno esposte alle oscillazioni cicliche, più legate a programmi pluriennali e a investimenti di lungo periodo». Più chiaro di così non si può.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 ottobre 2026
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