Mito fondativo USA ieri e oggi, tra fede, libertà e rivoluzione

5 Giu

L’anima degli Stati Uniti d’America nella conferenza di Tiziano Bonazzi in Biblioteca Ariostea

“Eredità e attualità della Dichiarazione d’Indipendenza” è il nome della conferenza tenutasi lo scorso 29 maggio nella Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara e organizzata dall’Istituto Gramsci con ISCO Ferrara.

Relatore è stato Tiziano Bonazzi (prof. Emerito Unibo), con introduzione di Piero Stefani (Istituto Gramsci Ferrara) e l’intervento finale di Massimo Faggioli (Trinity College Dublino).

Proprio quest’anno ricorre il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, testo che ha inciso profondamente sulla storia politica e culturale contemporanea.

«La Dichiarazione d’indipendenza – ha riflettuto Bonazzi – ha un linguaggio fluido, semplice, accessibile a tutti e tratta temi che ci sembrano normali. E fin da subito ebbe una risonanza mondiale». Un testo comunque particolare, se letto ai giorni nostri, col «perseguimento della felicità» come fine e il «diritto alla rivoluzione contro il potere giusto» come uno dei principi base. Un testo «deista» nonostante la radicale professione di fede dei coloni fondatori, e la convinzione secondo cui «nessuna chiesa può diventare chiesa di Stato, per non violare la libertà di coscienza» dei singoli. Nonostante ciò, la Dichiarazione d’Indipendenza «venne interpretata da molti pastori  come testo cristiano» e gli USA come «il secondo Israele». Così come «libertà e uguaglianza da alcuni furono interpretati non in senso universalistico», ma per i soli «pari», quindi non per i neri.

In ogni caso, la Dichiarazione è divenuta «mito fondativo politico», quindi «strumento che serve a dare senso a una comunità, il suo senso di esistere, per durare nel tempo». Dodici anni  dopo verrà ratificata la Costituzione federale, con «la divisione dei poteri insieme al principio federalistico, che rende meno pericoloso il governo centrale». Bonazzi ha poi riflettuto sulla cosiddetta Living Constitution (Costituzione vivente) di inizio Novecento, l’idea, cioè, che la Costituzione, pur non modificandosi formalmente, abbia di per sé un dinamismo necessario, una progressività per  meglio interpretare le trasformazioni nel corso del tempo. Approccio che, negli anni “caldi” della Guerra fredda fu poi bollato come «comunista» e in cui iniziò sempre più a emergere «un’idea restrittiva della rivoluzione americana». «Democrazia, libertà dell’individuo e libertà d’impresa diventano i tre pilastri del modello statunitense, con l’esclusione quindi dei diritti sociali e di alcune minoranze, come quella dei neri». E a questi tre principi, Eisenhower (presidente dal ’52 al ’61) vi aggiunse «la fede religiosa». Approccio, questo, di tipo conservatore  che portò alla triade «Dio-Patria-Famiglia», «limite all’individuo». Solo negli anni ’60 i diritti delle minoranze – afro, donne (anche se minoranza non sono), omosessuali, nativi – iniziano a essere difesi e inizia a imporsi il concetto di «persona».

Oggi – ha proseguito Bonazzi – col movimento MAGA (Make America Great Again) – «che è sbagliato considerare composto solo da persone ignoranti e appartenenti al ceto medio basso» – vi è una reazione a questo periodo “progressista”, e si guarda con angoscia al calo demografico dei cosiddetti “bianchi” e al sempre dominio della «cultura bianca». Alla base di ciò «vi è un inespresso razzismo», con «un’idea immobile della società». Ma quella degli USA è «una società complessa e variegata – ha proseguito il relatore anche interpellato dai presenti – quindi non vedo il rischio di una trasformazione antropologica. Certamente, però, il pendolo che nella storia USAoscilla sempre tra progressismo e conservatorismo, rischia per la prima volta di fermarsi a favore del secondo.Sarebbe la fine degli Stati Uniti d’America».

E a tal proposito, Faggioli – che ha ricordato d’esser stato allievo di Bonazzi all’Ateneo di Bologna – ha brevemente riflettuto sull’attuale crisi degli USA, del suo mondo conservatore e del «rapporto politica-teologia: assistiamo a un collasso totale del rapporto tra illuminismo e religione», ha aggiunto. Sempre su questo aspetto,Stefani ha invece riflettuto sulle analogie tra USAe Israele, in particolare citando l’inserimento, nel 2018, da parte del governo israele del “diritto religioso” come diritto fondamentale, definendo ufficialmente lo stato come «la casa nazionale del popolo ebraico». 

Infine, una notizia: dopo un anno al  Trinity College di Dublino, a luglio Faggioli tornerà ad insegnare alla Villanova University negli USA.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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(Foto: Chris F – Pexels)

Tanti soldi pubblici, danni ambientali e zone rosse: Ferrara “occupata” per Vasco Rossi

5 Giu

MEGACONCERTI. Il 5 e 6 giugno la città di Ferrara sarà letteralmente invasa da 120mila persone in occasione dei concerti di Vasco Rossi. Ma al di là delle luci, a rimetterci sono le casse comunali, la vita e il benessere di cittadine e cittadini, le risorse naturalistiche e la dignità della città

di Andrea Musacci

Chiunque viva Ferrara nel tempo libero, può dire che la nostra è tutt’altro che una città morta: che ci si concentri sull’ambito culturale in senso ampio, su quello artistico – in tutte le sue espressioni – o più ludico, sportivo e naturalistico, innumerevoli sono le iniziative quotidiane. Al contrario, una certa narrazione ideologica dominante negli ultimi anni, vuole convincerci che senza i grandi concerti Ferrara sarebbe un luogo morto. È anche grazie a questa nenia (ben manovrata da chi amministra la città) che da anni si giustificano grandi eventi musicali con un impatto devastante a livello naturalistico (nel caso soprattutto del Parco Urbano), della tutela del centro storico UNESCO (si vedano piazza Ariostea e piazza Trento e Trieste) e in generale sulla vita delle persone che a Ferrara ci abitano. Se sommiamo i concerti di marzo, quelli imminenti di Vasco, il Ferrara Summer Festival e il Buskers Festival privatizzato (con i rispettivi tempi preparatori e di smontaggio), circa 5 mesi in un anno vedono la nostra città invasa e occupata da manifestazioni espressioni della logica dominante di estrattivismo urbano che avvantaggia pochissimi – già benestanti – commercianti e i grandi investitori esterni.

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Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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(Foto Federico Vecchiatini)

Assoluto e (im)perfezione: l’arte di Fatigati a Ferrara

4 Giu

Si intitola “Geometrie dell’Assoluto” la mostra personale dell’artista Domenico Fatigati in parete fino al 28 giugno all’Hotel Annunziata (piazza della Repubblica, Ferrara). L’esposizione – visitabile tutti i giorni a ingresso libero e curata da Alberto Squarcia (Archeo900) -, presenta una selezione di opere nelle quali l’artista campano impiega materiali diversi, fra cui legno, forex, plexiglass.

La sua è ricerca della perfezione, non perfezionismo. «E invece no», mi ha detto lui stesso: «mi considero un perfezionista, non potrei che essere così…». In ogni caso, questa sua felice ossessione per la perfezione, per il rigore assoluto, forse negli anni l’ha in parte perduta. Come a dire che l’aspetto razionale-geometrico dell’essere artista non può annientarne la creatività, che è di per sé imperfezione, fragilità, movimento. L’inutilità dell’arte – per dirla in altri termini – non pretende la meccanica applicazione di regole rigide, di gesti millimetrici. Così, negli anni, nelle opere di Fatigati l’aspetto materico, dunque tridimensionale, emerge con sempre maggiore forza; e questo, già di per sé, è elemento meno dominabile, a differenza del disegno lineare e delle sue leggi.

Dice bene Squarcia nel catalogo della mostra ferrarese: nelle opere in parete «la simmetria non è mai statica, ma vibra di una tensione sotterranea». Tensione che anima questi campi schematici, composti dalla ripetizione di un’intuizione ripetuta x (ics) volte ma come se lo fosse all’infinito. Come se l’opera, quindi, non fosse che la rappresentazione esemplificata della struttura dell’Essere. Ma l’artista, con le sue mani di uomo, non può che realizzare l’opera quasi perfetta; e noi, con i nostri poveri occhi carnali non possiamo che ammirarla proprio lì, a un passo dalla impeccabilità che è solo di Dio. Pensiero, questo, che invece di darci un’infinita sisifea frustrazione, dovrebbe confortarci: al di qua dell’Assoluto vi è un’illimitata sequenza senza regole prefissate, uno spazio da disegnare, e da abitare. Ognuno con la propria – a volte impercettibile – imperfezione.

CHI È DOMENICO FATIGATI

Domenico Fatigati, architetto di formazione, per tanti anni docente alle superiori, è originario di Acerra (Napoli), dove vive, e a Ferrara ha già esposto nel 2017 al Liceo Dosso Dossi, nel 2019 all’Alkimia smart rooms e nel 2023 alla Galleria del Carbone.

Per la precisione, ha insegnato Geometria Descrittiva in alcuni Istituti d’Arte e Licei Artistici. Nel 1989 è stato fondatore dell’Istituto d’Arte di Acerra, ricoprendo il ruolo di Responsabile. Nel 2011 è stato cofondatore del gruppo nazionale “Astractura” e nel 2015 cofondatore del gruppo nazionale “Linearismo Cromatico”.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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«E se così non fosse?»: il mistero della vita nel libro di Muscardini

3 Giu

Si intitola “La parte visibile” la nuova raccolta di racconti di Giuseppe Muscardini. Un viaggio nella storia e nel cuore dell’uomo

di Andrea Musacci

«E se così non fosse?». Se dietro il pesante velo del reale riuscissimo a intravvedere una luce, uno sprazzo del mistero della vita? È da poco uscito “La parte visibile”, raccolta di 23 racconti di Giuseppe Muscardini (Edizioni Montag, 2026). Muscardini è stato Responsabile della Biblioteca dei Musei d’Arte Antica di Ferrara e ha all’attivo cinque romanzi e diversi saggi in ambito storico-letterario. La domanda iniziale la pronuncia uno dei personaggi di questi suoi affascinanti racconti. La pronuncia con cinismo ma possiamo farla nostra e usarla nel viaggio attraverso i secoli, pagina dopo pagina.

O SANGUE O MUMMIA?

Si inizia nel 225 a.C., l’odio tra celti e romani è «piacere della ferocia» e brama di vendetta. Si conclude con l’ecatombe senza sangue versato del covid. In principio, il protagonista, un celto, dice di vivere «dissanguato completamente in ogni mia volontà di rinascere»; la conclusione corre il rischio dell’astratto ottimismo. La vita è un brivido di potenza, è pieno dominio di sé o pieno dominio sugli altri. Ma il fluire delle pagine porta con sé un affievolirsi tanto della crudeltà quanto del racconto al solo presente; col passare dei secoli, sempre più si fa strada la memoria, sempre più la storia che si fa è anche quella disseppellita e analizzata. La storia “mummificata”, da vivisezionare freddamente, corpo morto oggettificato.

MISTERO: FEMMINILE E MEMORIA

E quindi, «l’occulto era tale perché ancora non esisteva una spiegazione naturale». Ma il titolo stesso di questo libro ci dà un’indicazione, richiamando – per contrasto – l’antitesi, l’invisibile. «E se così non fosse?», appunto: si può fare esperienza vera abbandonando le lenti opache della razionalità, per percepire la vita come mistero, cioè come qualcosa di inafferrabile coi soli occhi di carne. C’è il femminile, in queste pagine, che del mistero è grembo: «La carne insolente che continua a gridare», certo, e il gioco di sguardi fra i vetri di un treno. Emblema del non possedibile, del mistero appunto, è la donna. E c’è un’altra porta verso il mistero, oltre l’algida analisi storica e l’atroce desiderio di distruzione: quella della memoria viva. Memoria nella suggestiva atmosfera di una casa in altri tempi abitata («Ho desiderato un ambiente già vissuto, che emanasse l’afflato dei vecchi inquilini»), o nel martirio di Palach, che prima di diventare reliquia trasforma la storia nel profondo.

NESSUN MANUALE

La ricerca e la lotta – tipiche dell’umano – non aprono quindi al passato, ma al presente e al futuro. Siamo noi che costruiamo quel che sarà storia, storia viva, non cimelio, non antica colonna da salotto. E così, anche un cimitero può essere progetto e creatività: «nessun codice o manuale» «registrerà» l’impronunciabile che è nel cuore dell’uomo. 

«E se così non fosse?»: il «gioire della vita», le parole non dette, gli sguardi rubati, i minuscoli bagliori, le calde prossimità: qui, in questo fluire ci siamo noi, «con le nostre vette e i nostri abissi», bisognosi di accogliere e di pronunciare perdòno, non di essere tra coloro che si pèrdono.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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Sarajevo, tutto l’orrore e tutta la speranza del mondo

30 Mag

«Irina aveva 1 anno quando fu uccisa da un cecchino»: a Santo Spirito in tante e tanti per la serata dedicata al ricordo dell’assedio negli anni ’90 e del “safari umano” su cui ancora si indaga. Ecco le testimonianze di quell’orrore e il grido di pace di chi c’era

Uomini che volevano sperimentare l’orrido piacere di sentirsi padroni della vita e della morte di innocenti, e rimandendo anonimi e impuniti. Ma c’è chi ora vuole portare alla luce questi delitti. Sulla “Voce” dell’8 e del 15 maggio scorsi vi abbiamo parlato dei “cecchini per gioco” nella Sarajevo assediata dal 1992 al ’96. 

Il Cinema Teatro Santo Spirito di Ferrara ha compiuto la scelta coraggiosa di dedicare una serata a questo macabro pezzo della storia contemporanea, e l’ha fatto la sera dello scorso 22 maggio, con la proiezione del documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanic, uscito nel 2022. 

Il documentario inizia con alcuni uomini che, durante l’assedio di Sarajevo, raccolgono su un ponte i corpi di un ragazzo e di una ragazza, colpiti a morte da un cecchino. Corpi che vengono posti nel baule di una macchina e portati in ospedale. Il loro sangue è colato sull’asfalto. Nel filmato, poi, la testimonianza di un uomo dal volto coperto, uno sloveno, ex ufficiale dell’esercito jugoslavo, poi assunto da un’importante agenzia investigativa USA. «Un giorno – racconta – vidi tre uomini stranieri, non vedevano l’ora di entrare in azione». Parla di statunitensi, canadesi, russi. «Si spostavano fra diverse postazioni, per sparare. Uno si sdraiò e ricevette un fucile: una persona venne colpita. La cosa mi inorridì molto».Questi stranieri «ricoprivano posizioni elevate, erano protette, uno di loro parlava un inglese fluente». Forse scelsero di fare questo safari umano «perché nella loro vita si annoiavano». L’uomo racconta anche di un bambino colpito a morte mentre passeggiava con la madre, «mano nella mano». Erano tutti «cacciatori esperti» questi stranieri, ma «generalmente colpivano al torace, perché alla testa era più difficile» a distanza.

Poi il documentario segue con la testimonianza di un uomo e una donna, marito e moglie, che raccontano di come nell’ottobre ’93, fossero in giro per una passeggiata nelle strade di Sarajevo con Irina, la loro figlia di 1 anno e 4 giorni. «Erano giorni tranquilli, non si sentivano spari», dice la donna. Ma all’improvviso, dal nulla, Irina viene colpita da un proiettile. Il proiettile di un cecchino. «E nel ’94 – racconta ancora – rimango incinta nuovamente, di un maschio, che però al 9° mese di gravidanza muore.Il medico mi spiegò che aveva assorbito il mio stato mentale».Lo stato mentale di una persona fortemente traumatizzata.

Un altro uomo, un bosniaco sulla 50ina, costretto su una sedia a rotelle, racconta di quand’era 20enne, soldato e studente universitario. Il 3 marzo del ’95 era contento ed essendo una giornata primaverile uscì per fare una passeggiata, «il cielo era bello». Un cecchino lo colpì, condannandolo a non poter più camminare. «Siamo stati tutti uccisi dalla guerra, stiamo tutti lentamente morendo per queste ferite», dice. E non parla delle ferite fisiche.

Viene poi intervistato Edin Subašic, ex agente dei servizi segreti dell’esercito bosniaco, testimone molto importante, che riporta ciò che un soldato serbo di 20 anni fatto prigioniero dai bosniaci allora raccontò loro: «ci parlò di cinque stranieri, di cui 3 italiani – uno milanese -, diretti nel ’93 a Pale (cittadina a 17 km da Sarajevo, ndr) e con attrezzatura da caccia di lusso». Uomini arrivati anche «con auto di lusso, che dissero che pagavano per poter essere cecchini». Ed erano «scortati dalle forze speciali serbe».Allora «informammo SISMI e SISDE ma l’unica cosa che ci dissero, dopo mesi, e che tutto era stato bloccato e che non si sarebbero più ripetute queste azioni». Non fu così.

«Dio, se potessi vivere solo un altro giorno, per vedere il sole spuntare sulla Bosnia…», canta un gruppo di ragazzini bosniaci nel finale, seduti nei loro banchi di scuola. Un agrodolce canto di speranza. 

Quella che si è cercata di trasmettere a inizio e a fine serata a S.Spirito. In apertura, infatti, vi è stato il collegamento video con Andrea Baudino e Giuseppe Modica, autori e narratori del podcast “Blokada. Sarajevo, la civiltà sotto assedio”, prodotto da Bottega Errante Edizioni. «Fino a qualche anno fa sembrava incredibile – han detto – che in Europa ci fosse stata una guerra devastante come quella nei Balcani. Eppure, nel 2022 questo incubo si è ripetuto in Ucraina». Riguardo all’assedio di Sarajevo, gli abitanti di questa città «dalla sera alla mattina si son dovuti abituare a schivare i proiettili dei cecchini, a dover trovare acqua e a non trovare beni alimentari primari nei supermercati». Ma prima del ’92 Sarajevo era «una città multietnica e multireligiosa, aperta e inclusiva, e che veniva da decenni di florido sviluppo, come tutta la Jugoslavia». Gli abitanti di Sarajevo però trovarono il  modo di «resistere: sono stati oltre 2mila gli eventi culturali negli anni dell’assedio». E riguardo a Gabriele Moreno Locatelli – ucciso da un cecchino sul ponte Vrbanja a Sarajevo il 3 ottobre 1993 e a cui era dedicata la serata -, i due autori lo hanno definito «un faro, la concretizzazione del pacifismo concreto langeriano».

Dopo la proiezione del documentario è stata proiettata la videointervista realizzata da Alberto Mion del Cinema Santo Spirito (e organizzatore della serata) a don Renato Sacco, prete della diocesi di Novara, ex coordinatore nazionale di Pax Christi e testimone diretto di uno degli episodi più straordinari di quegli anni: la Marcia dei 500. Marcia a cui parteciparono, fra gli altri, anche don Tonino Bello, don Albino Bizzotto dei “Beati i costruttori di pace”, Eugenio Melandri e mons. Luigi Bettazzi. «Non avevamo altra possibilità che l’indignazione», ha detto don Sacco. «L’ultimo giorno a Sarajevo abbiamo visitato una chiesa cattolica, una ortodossa, una moschea e la sinagoga», segni della Sarajevo di pace. «La guerra non è un destino ineluttabile, si possono scegliere strade di pace», ha aggiunto. «Gli eserciti di domani saranno questi uomini disarmati», disse don Bello in quell’occasione. «Si trattava – ha ripreso don Sacco – di un tentativo di dar carne al sogno del profeta Isaia»: «essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro e le loro lance in falci» (Is 2,4). «Venivamo considerati dei matti, come oggi matti vengono considerati gli uomini e le donne della Global Sumud Flotilla» dirette a Gaza, «nonviolenti come noi. È incredibile che venga criticata la Flotilla e non chi produce e vende armi… Non abituiamoci alla guerra!», il suo grido finale, più che mai urgente.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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(Foto tratta dal doc. “Sarajevo Safari”)

Competizione e culto dell’eccellenza: se la scuola pubblica diventa un’azienda

29 Mag

Presentato il libro “Contro la scuola neoliberale”: l’INVALSI è un sistema di valutazione nazionale fortemente astratto e strumentale che pone in competizione tra loro scuole, studenti e territori

La scuola è stata «ridotta a un’azienda», «governata in senso privatistico», il capitalismo è «entrato totalmente nelle nostre classi», stravolgendo il modo di pensare e di parlare di molti. È questa la dura accusa che lo scorso 20 maggio nella libreria Libraccio di Ferrara ha lanciato Rossella Latempa, docente e e una delle autrici del libro collettaneo “Contro la scuola neoliberale”, libro presentato con Antonio Ferrucci e Silvia Giordano in un incontro organizzato in collaborazione con Usb Scuola. Il volume nasce dall’esperienza di “Consigli di classe”, collettivo culturale composto da docenti della scuola e dell’università di cui fanno parte le autrici e gli autori (insegnanti, ricercatori, studiosi) dei saggi qui raccolti.

Che la visione neoliberale (o neoliberista) abbia invaso anche la formazione, per Latempa lo si evince guardando come l’OCSE ha rappresentato l’istruzione: «una scalata individuale dello studente verso la vetta del successo personale». Un’immagine molto emblematica. A cambiare – come sempre accade – è stato innanzitutto il linguaggio: un «linguaggio economico» che ci porta a parlare di «economia dell’educazione», di «capitale umano» e dei docenti come «commessi del capitale umano», mentre a decidere sono i cosiddetti “esperti”. Le trasformazioni della scuola in senso neoliberale – una vera e propria «fase regressiva» – vanno avanti da anni, a partire da metà anni ’90, «e spesso in maniera strisciante, non organica». Ed è stato un processo «del tutto trasversale alle forze politiche» – centro-destra e centro-sinistra. “Riforme”, queste, compiute «nel segno della modernizzazione e dell’innovazione, strumentalizzando parole d’ordine della fase progressiva della scuola», attuando un vero e proprio «rovesciamento delle parole», del loro senso profondo. Il caso dell’azienda Leonardo è molto interessante sotto questo punto di vista. Leonardo – prima azienda europea nella produzione di armi – continua a proporre la sua trappola chiamata “Officina Leonardo”, vale a dire percorsi di inserimento lavorativo per neodiplomati in Campania: ciò, per Latempa rappresenta «l’approdo di un lungo percorso che in tanti han sottovalutato o ignorato, e di cui Valditara è solo l’ultimo tassello in ordine temporale».

L’autrice ha poi scelto l’INVALSI come fulcro di questo processo di aziendalizzazione della scuola. L’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione) è l’ente pubblico che valuta la presunta qualità della scuola italiana e con INVALSI si indicano anche i test – fortemente standardizzati – che gli studenti della nostra penisola sono obbligati a svolgere. Ma è più di un test, è «il cuore della scuola neoliberale», che «pone tra loro in competizione studenti, scuole e territori», «descrivendo lo studente in termini di efficacia ed efficienza», per formare «capitale umano in vista del suo inserimento nel mercato». Insomma, si tratta di uno strumento che «risponde a un modello matematico di profilazione dello studente, con un “centro” – “l’eccellenza” – fino ad arrivare ai “margini”». Un modello che ricorda quello del Six Sigma, usato per la prima volta negli anni ’80 del secolo scorso da Motorola per l’efficientamento nella gestione aziendale. È la rappresentazione perfetta dell’idea neoliberista secondo cui «non esiste nulla di non misurabile». 

Il sistema INVALSI è stato presentato nel 2008 – quando Ministra dell’Istruzione era Maria Stella Gelmini (ex Forza Italia ed ex Azione) – da tre economisti: Giorgio Vittadini, Daniele Checchi e Andrea Ichino, i primi due dell’Università di Milano, l’ultimo dell’Ateneo bolognese. Ricordiamo che Vittadini è tra i fondatori della Compagnia delle Opere di CL. INVALSI crea un vero e proprio profilo digitale» dello studente, un profilo personale molto dettagliato, invasivo potremmo dire. Aspetto che «l’Intelligenza artificiale potrà solo peggiorare». E lo studente «non potrà mai venire a conoscenza di come si è svolta una valutazione che lo riguarda». Per cui, la certificazione INVALSI è a tutti gli effetti un «diploma parallelo» a quello classico, «che illude molti genitori che il futuro lavorativo» dei propri figli possa dipendere da questa astratta misurazione. Misurazione fatta – tra l’altro – con soldi pubblici che potrebbero essere spesi in altri modi, ad esempio per stabilizzare i tanti precari della scuola e per aumentare gli stipendi dei docenti.

«Contro questa scuola del capitalismo serve un’alleanza tra studenti, insegnanti e genitori», ha aggiunto Latempa. Un auspicio, per una rivoluzione culturale profonda.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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(Foto: Masi – Pexels)

Una Chiesa «dinamica» fatta di tanti volti e storie

27 Mag

Presentato a Casa Cini il libro di Gian Pietro Zerbini sui primi 40 anni dell’unione tra Ferrara e Comacchio: tanti i ricordi agrodolci, sempre guardando al futuro

Aneddoti, racconti scherzosi e ricordi commoventi: è stato un incontro ricco di emozioni quello svoltosi lo scorso 21 maggio a Casa Cini in occasione della presentazione del nuovo libro di Gian Pietro Zerbini “La Chiesa di Ferrara-Comacchio nei suoi primi quarant’anni 1986-2026”. Tante, infatti, sono le emozioni vissute dalle nostre comunità in questi 40 anni, raccolte da Zerbini in 35 anni di lavoro  a “La Nuova Ferrara”, e ora una loro selezione presente in questo volume edito da CEDOC SFR (Centro documentazione della parrocchia di Santa Francesca Romana) come Quaderno n. 57. La prefazione è affidata a don Andrea Zerbini, direttore del CEDOC.

Dopo l’introduzione del nostro Direttore mons. Massimo Manservigi, è intervenuto il  vescovo mons. Gian Carlo Perego, il quale ha sottolineato come la nostra Chiesa locale nel 1989 e a inizio anni ’90 fosse, anche allora, «una Chiesa che guardava al futuro», con «le prime riflessioni sulle unità pastorali e un rapporto nuovo tra Chiesa e società»: la Chiesa, infatti, «non è una realtà statica ma dinamica, che si rapporta di continuo con la Storia e in questo rapporto sempre si ripensa». Fra gli eventi di quel periodo non affrontati su “La Nuova Ferrara” ma molto importanti per la neonata Diocesi, mons. Perego ha ricordato la nascita deiConsigli pastorale e presbiterali diocesani, la ristrutturazione della Curia, la divisione in vicariati, la nascita dell’ISSR, la Lettera del Vescovo Maverna Desiderio desideravi del 1994 (nome poi ripreso da papa Francesco come Lettera apostolica nel 2022), l’arrivo dei Ricostruttori nella preghiera a Pomposa, l’unione delle AC di Ferrara e Comacchio.

Zerbini  – che ha invitato anche il Prefetto Marchesiello per un breve saluto introduttivo – ha poi ricordato gli esordi a “La Nuova Ferrara”, il fatto che conoscesse, allora, metà dei sacerdoti diocesani, «quindi ero favorito…», e al fatto che avesse tre famigliari sacerdoti (don Andrea Zerbini, mons. Giulio Zerbini e donAntonio Bentivoglio), aspetto, questo, invece «non sempre facile da gestire». In ogni caso, quello di seguire l’Arcidiocesi «è sempre stato un compito interessante», ha aggiunto. «I temi principali di oggi sono gli stessi di allora: i poveri, i migranti, le missioni. E il Vangelo dev’essere sempre la nostra guida, la nostra bussola».

Zerbini ha poi raccontato alcuni aneddoti che hanno reso l’incontro profondo e al tempo stesso leggero. Come quello riguardante la notizia della visita di papa Giovanni Paolo II a Ferrara-Comacchio, con un’impiegata delle Poste che ricevendo le copie della “Voce” da spedire scopre lo scoop sull’arrivo del pontefice, notizia che quindi comunica subito a una sua conoscenza della “Gazzetta di Ferrara”, mentre la Diocesi voleva dare lo scoop al nostro Settimanale diocesano. O, sempre in quell’occasione, lo «scherzo» che il card.Tonini fece aggiungendo la tappa argentana con la visita del papa alla tomba di don Minzoni – presente anche il presidente della Repubblica -, o la benedizione della prima pietra di quello che diventerà l’Arcispedale di Cona. Un altro aneddoto riguarda mons. Perego: «l’ho intervistato nel Seminario di Cremona prima della Messa solenne di ordinazione episcopale» nel maggio ’17. «E in quell’occasione gli ho consegnato la figurina di Gabriele Cantagallo, portiere della SPAL negli anni ’60, figurina datami dallo stesso Cantagallo come dono a mons. Perego dopo aver saputo che la cercava perché quand’era bambino era l’unica mancante per completare il suo album dei calciatori Panini». E ancora, un gesto di umanità in una situazione di estremo dolore: nel ’19, la vicinanza di mons. Perego alla madre di Adriano Bianco, giovane morto a Ferrara poche ore dopo la laurea. Oltre al ricordo dei singoli vescovi di questi quattro decenni, Zerbini ha omaggiato don Patruno, «prete capace di far ponti tra mondi diversi», oltre a don Samuele Gardinale, padre Silvio Turazzi e mons. Giulio Zerbini. 

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Per il prezzo della copia cartacea, contattare il Cedoc.

Il libro si può scaricare in pdf qui: http://santafrancesca.altervista.org/materiali/quad57.pdf

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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«Ognuno è guardato, amato, scelto e benedetto da Gesù»

26 Mag

“Chiesa casa di tutti”: il 23 maggio il secondo incontro nella parrocchia dell’Addolorata

Lo scorso 23 maggio nella parrocchia dell’Addolorata di Ferrara è in programma il secondo dei quattro incontri dell’iniziativa diocesana “Chiesa casa di tutti”, promossa dagli Uffici diocesani catechistico e per la pastorale familiare assieme al gruppo “Famiglie in cammino – Ferrara”. Il 23 la meditazione è stata  su Mt 4,18 – 5, 16 ed è stata proposta da Paolo e Chiara Mantovani (foto), una delle coppie di coniugi promotrici delle “Famiglie in cammino – Ferrara”, genitori cristiani di persone LGBTQ. Una trentina i partecipanti a questo secondo incontro (gli altri due saranno a settembre e a ottobre).

«Quella delle “Famiglie in cammino” – ha raccontato la coppia – è un’esperienza che per qualche anno abbiamo vissuto nella Diocesi di Bologna. Un interessante percorso di aiuto e di ascolto della Parola, che per noi è stato molto importante. La nostra vita nella Chiesa – hanno proseguito i due – è stata, fra l’altro, nell’Agesci e in alcune esperienze di spiritualità ignaziana, sia nella Diocesi di Bologna che a Ferrara, con gli EVO».

I due hanno poi proposto un commento delle letture del Vangelo scelte, la chiamata dei primi discepoli e le beatitudini: «importante è il seguire Gesù – han detto – ma ciò è un’iniziativa che parte da Lui, non da chi è chiamato». Chiamati che non rispondono con le parole, «ma con i gesti, con la vita». In questa storia «c’è anche la storia di ognuno di noi, chiamati allo stesso modo nella propria particolare situazione». Tante volte, invece, «pensiamo di essere lontani da Dio o di giudicare altri come lontani da Dio». Al contrario, «ognuno di noi è guardato, amato, scelto e benedetto da Gesù, e ciò innesta nella nostra vita dei cambiamenti».

Inoltre, «i primi chiamati da Gesù sono tra loro fratelli di sangue, ma ciò a cui sono invitati – come lo siamo noi – è di andare oltre questo specifico legame, verso una fratellanza più grande».

Strettamente connessa a questa scelta da parte di Gesù, vi sono le beatitudini, grazie alle quali pienamente comprendiamo come «Dio sceglie come alleato qualcuno a cui manca il fiato, che è afflitto, fragile, limitato». Al contrario, «se ci illudiamo di non avere limiti, tendiamo a voler occupare tutto e quindi non possiamo incontrare né l’altro né Dio». Ma Dio – che per sua natura è senza confini – s«i è fatto confine per poterci incontrare». Così, le beatitudini «sono ferite che diventano feritoie». Il progetto di Dio è più «profondo e delicato» di quel che spesso possiamo pensare: «il primo sguardo di Gesù non si posa mai sul peccato della persona ma sul suo dolore e sul suo bisogno». Gesù, quindi, «non mi chiede di essere diverso da come sono». Ciò che Dio ci offre è qualcosa di «liberante», ma «non è facile accettare questa proposta, perché Dio parte dalle mie fragilità e quindi innanzitutto è queste che devo saper accettare, senza chiudermi nelle mie paure e nei miei pregiudizi».

Il pomeriggio si è concluso – come il primo – con la divisione dei presenti in gruppi per  condividere le riflessioni maturate in un momento di raccoglimento personale. Il momento finale di condivisione è stato il suggello di un altro pomeriggio all’insegna dell’apertura all’altro, della ricerca di sé nell’incontro col prossimo.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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Concerti in piazza Ariostea, tante le violazioni accertate

25 Mag

A due settimane dall’inizio del Ferrara Summer Festival, il Comune non ha ancora presentato i documenti per avere il via libera dalla Soprintendenza. I residenti ci spiegano tutte le violazioni ai danni dei cittadini e del patrimonio. E la stessa Soprintendenza nel 2022 sollevò forti critiche, ignorate dal Ministero allora guidato da Dario Franceschini

di Andrea Musacci

L’edizione 2026 del Ferrara Summer Festival (FSF) in programma dal 13 giugno al 26 luglio (per un totale di almeno 19 serate musicali, più due da confermare) nella centrale piazza Ariostea, potrebbe essere a rischio. A meno di un mese dall’inizio, infatti, Comune e organizzatori non hanno presentato la documentazione necessaria e, di conseguenza, la Soprintendenza non può dare il proprio parere sulla fattibilità dei concerti in quello che è un luogo «di interesse storico e artistico» secondo un D.M. del 1999. A rendere nota la situazione, una 50ina di residenti rappresentati dall’avv. Francesco Vinci, che hanno scoperto l’assenza dei permessi solo dopo una complessa vicenda amministrativa. A inizio dicembre, infatti, avevano presentato un’istanza di accesso agli atti, ignorata dal Comune tramite silenzio-diniego. I richiedenti hanno quindi fatto ricorso al TAR, che ha condannato l’ente pubblico all’ostensione dei documenti. Solo una volta ottenute le carte, i firmatari hanno potuto accertare la mancanza delle autorizzazioni. 

IRREGOLARITÀ / 1: LA RICHIESTA LA DEVE FARE IL COMUNE, NON BUTTERFLY

La Soprintendenza, dunque, non può dare il proprio parere perché il Comune non ha ancora inoltrato la richiesta di autorizzazione ai concerti: la richiesta è stata, infatti, inoltrata dall’Associazione Musicale Butterfly, organizzatrice dei concerti. Si tratta di un’«illegittimità dell’intero procedimento autorizzativo per difetto di legittimazione dell’istante». Per legge, infatti, la Soprintendenza può dialogare solo col Comune in quanto titolare pubblico del territorio. L’Associazione Butterfly, soggetto privato, non ha il potere legale di attivare questa procedura. 

Leggi l’articolo intero qui.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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Papa Prevost, «Leone mite che prova a calmare i bulli di questo mondo»

23 Mag
@Vatican Media

UN ANNO CON PAPA LEONE XIV. Al Cinema Santo Spirito  di Ferrara l’intervento di Andrea Monda, Direttore de “L’Osservatore romano”: «nell’epoca walkie-talkie ci insegna la bellezza del saper ascoltare davvero l’altro»

di Andrea Musacci

Lo scorso 11 maggio al Cinema Santo Spirito di Ferrara si è svolto un incontro dedicato al primo anno di pontificato di papa Leone XIV. L’incontro è stato promosso dall’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio, dal Cinema stesso e dall’Associazione Cattolica Esercenti Cinema, in sinergia con Vatican News – Radio Vaticana e Libreria Editrice Vaticana del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede. Presenti una 70ina di persone. Per l’occasione, Andrea Monda, Direttore de “L’Osservatore romano”, ha dialogato col nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e l’evento è stato moderato dal vicario generale mons. Massimo Manservigi. È stato presentato il libro “La forza del Vangelo. La fede cristiana in 10 parole” (LEV – Libreria Editrice Vaticana), antologia di testi di Papa Prevost che presenta dieci parole-chiave del cristianesimo per il nostro tempo, insieme al libro appena uscito “Liberi sotto la grazia”, sempre della LEV, che raccoglie testi scritti da Robert Francis Prevost quando era priore degli agostiniani. L’incontro è stato preceduto dalla visione di alcuni estratti dei documentari “León de Perú” e “Leo from Chicago,” prodotti dal Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede (e interamente visibili su You Tube), che raccontano la vicenda biografica e spirituale di Prevost a Chicago e in Perù.

Durante la serata, Monda in risposta a una domanda sui temi sociali – da cui il nome scelto in onore a Leone XIII – ha parlato dell’Intelligenza artificiale come la “res nova” e ha accennato al fatto che forse la prossima, prima Enciclica di Leone XIV, toccherà questo tema.

LA VITA IN PELLICOLA

Ma innanzitutto, un accenno ai due sopracitati spezzoni dei documentari. Il primo, sull’infanzia e la giovinezza di Robert F. Prevost raccontata dai fratelli Louis e John. Un ritratto del futuro papa e dei suoi Stati Uniti d’America nei suoi tratti più iconici: il baseball, le bistecche e gli hamburger («ma il venerdì mangiavamo pesce»), i piccoli Prevost «cresciuti nella Chiesa», la domenica a Messa, una fede semplice e profonda tramandata come un fuoco da mantenere sempre vivo. «La prima cosa che ho scoperto di lui – dice un fratello di Robert Francis – era che voleva diventare prete». Un sogno, per le madri di una volta. La mamma Mildred Agnes (nata Martínez), gli affetti, quindi, la casa: quella villetta come tante, situata al civico 212 di East 141st Place a Dolton, nei sobborghi di Chicago, che ora accoglie nel piccolo spazio antistante un pannello con l’immagine del pontefice e l’indicazione che lì nacque e crebbe, come si fa per i santi e per i personaggi storici. In questa umile casa, lui piccolo nella culla spesso “parcheggiata” nella sala da pranzo, e poi Robert Francis amante, ed esperto, di automobili, simbolo del viaggio, del partire, di mete lontane. 

Come quella che nel 1985, a 30 anni – e da tre anni sacerdote -, raggiunge per la prima volta: il Perù. Un Paese, questo, dove svolgerà la sua missione in diversi periodi (e di cui ha la seconda cittadinanza): 1985-86, 1988-99, 2014-23. Nel secondo documentario, vengono intervistati alcuni peruviani che lo hanno conosciuto: «lo abbiamo visto camminare qui, come una persona normale», perché una persona normale era, ed è, e lo si immagina passeggiare lì, in quelle strade di periferia, nei mercati rionali coi polli morti appesi da vendere, e su quella mula, altra immagine divenuta iconica un anno fa. Prevost che «vive col popolo, lotta col popolo», dice una signora ricordandolo con affetto e orgoglio, lui «uomo di poche parole e di molti fatti».

MONDA: «UOMO MITE SEMPRE IN ASCOLTO»

«Per il mio ruolo, sono in stretto contatto col papa», ha detto poi Monda. «Prevost l’ho conosciuto prima che diventasse pontefice, quand’era prefetto del dicastero dei vescovi». Monda ha ricordato in particolare un viaggio al seguito di papa Francesco, nel quale il card. Prevost «mi colpì perché a differenza degli altri cardinali non si faceva notare, non era vestito da cardinale ma da semplice sacerdote. Ed era taciturno, ma aveva una grandissima capacità di ascolto». Insomma, «abbiamo un papa che ha la grande virtù dell’ascolto, proprio ciò di cui ha bisogno il mondo». Una «virtù rara nel mondo “walkie-talkie” dove chi parla non deve, non può ascoltare l’altro…». E a tal proposito, Monda ha raccontato un altro aneddoto: «appena venne nominato prefetto del dicastero dei vescovi, convocò tutti i responsabili della comunicazione vaticana, me compreso, e ci disse “parlate, spiegatemi cosa fate”. E ci ascoltò in religioso silenzio. Di tutti i “ministri” dei dicasteri vaticani fu l’unico a convocarci, con la curiosità di ascoltarci per capire cosa facevamo».

Altra caratteristica del papa è di essere uno stakanovista: «lavora molto e ha una salute perfetta, dimostra vent’anni in meno». La domanda che Monda si pone, però, è: «ce la farà il mite Leone a calmare i bulli di questo mondo», come da ragazzino – raccontano i fratelli nel documentario – fece una volta in un bosco? Una mitezza e una capacità di ascolto tipici di una persona da sempre «innamorata di Gesù» e capace di dare valore alla Grazia: «per lui la fede non è uno sforzo titanico dell’uomo ma l’accogliere Gesù nella propria vita, la scoperta che il vero volto di Dio non è lontano dal nostro cuore».

«La pace sia con tutti voi!» furono le sue prime parole da papa. E qui, Monda ha iniziato la riflessione sul come «comunicare oggi parole eterne in un mondo frammentato com’è quello in cui viviamo. Papa Prevost in questo ultimo anno ha parlato tanto, ha fatto tanti discorsi pubblici ma con un linguaggio diverso da quello mainstream». E ha dimostrato «la forza della sua mitezza» per come, ad esempio, si è comportato nei confronti delle ripetute provocazioni del presidente Trump. Insomma, «il vero forte è Prevost, non l’arrogante che non riesce nemmeno a controllare la propria irruenza». La mitezza di Prevost ricorda il biblico «mormorio di un vento leggero»: quelle sue prime parole sullo «sparire perché rimanga Cristo» erano rivolte a chi ha ruoli di potere nella Chiesa, ma in realtà a ognuno di noi. Parole “scandalose” in un mondo «in cui invece tutti vogliono apparire» e in cui il piccolo, mite Prevost si trova «al centro, e attaccato anche dal presidente del proprio Paese…». Ma la sua mitezza «sta sconvolgendo questo sistema», un sistema sempre più fondato sulla guerra, nel quale i mercanti di armi si arricchiscono. Qui, proprio in questo mondo in crisi, quindi Prevost può essere un esempio per tutti, lui persona «umile e riservata, con una forte spiritualità perché con una forte fede». Una persona «disarmata e disarmante, umile e perseverante: in un modo in cui tutti pontificano, lui non “pontifica”».

MONS. PEREGO: «QUANDO PREVOST MI ACCOMPAGNÒ IN BIBLIOTECA»

Due, come detto, sono i libri di Papa Leone XIV presentati a S. Spirito. Ne ha accennato mons. Manservigi a inizio serata, delineando quelle che possono essere considerate le tre parole chiave di Prevost: Cristo, comunione e pace. «Cristo è il salvatore, in Lui siamo uno, in lui vi è l’unica pace che è conversione».

A fine incontro ha poi preso la parola il nostro Arcivescovo. «L’unica volta in cui l’ho incontrato – ha raccontato – fu a Roma all’Augustinianum» (il Pontificio Istituto Patristico Augustinianum): «mi trovavo lì per prendere alcuni libri di Simonetti su S.Agostino, allora incrocio un prete e gli chiedo come raggiungere la biblioteca. Mi dice “Mi chiamo padre Robert”». Prevost, ha proseguito il nostro Vescovo, «è figlio di migranti» e «la sua Chicago è la città dove arrivò Francesca Cabrini, la prima santa americana», sempre al servizio degli immigrati negli USA. «E papa Leone XIII fu il primo pontefice a scrivere ai cattolici statunitensi per indirizzarli sulle questioni sociali». Mons. Perego, dopo aver ricordato la formazione agostiniana dell’attuale papa, ha sottolineato come egli sia pontefice «in quest’epoca particolare della storia, nella quale lui parla di pace, di disarmo, di nonviolenza» e nella quale «ribadisce la scelta preferenziale per i poveri, nel segno di Puebla». Il riferimento è alla III Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano, tenutasi a Puebla, in Messico, nel 1979, in cui si adottò ufficialmente l’espressione «opzione preferenziale per i poveri». In conclusione, il Vescovo ha accennato al tema del linguaggio adottato da Prevost, prima affrontato da Monda, parlando dell’«attualità di Dio» intesa come tentativo continuo di capire «come oggi la Parola di Dio parla», quindi sul come coniugarla «con le azioni sociali nel nostro presente».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2026

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(Foto: Ricardo Stuckert / PR)