Grattacielo, i residenti: «bilanci gonfiati, nostro debito è molto inferiore»

19 Mag

Sarebbe di 660mila euro e non di 1.400.000 euro il debito dei condomini del Grattacielo di Ferrara. A denunciarlo sono Daniele Pachera e Filippo Calafato, rappresentanti del Comitato dei Condomini per la Trasparenza del Grattacielo, dopo l’incontro dello scorso 15 maggio nella sede dello Studio di Francesco Donazzi, amministratore condominiale. «Le risultanze – dichiara Pachera – hanno sollevato interrogativi ancora più inquietanti sulla gestione finanziaria del Grattacielo». Il Comitato denuncia «una discrepanza contabile colossale che getta un’ombra pesante sulla trasparenza dei bilanci passati. Nel corso dell’ispezione – spiegano dal Comitato -, l’Amministratore ha consegnato due versioni contrastanti della situazione debitoria: un prospetto basato sui bilanci approvati che indica un debito di 1.400.000 euro; e un prospetto definito “effettivo” che indica invece un debito di 660mila euro. A fronte di una differenza di ben 740mila euro, alla richiesta di chiarimenti da parte mia – spiega Pachera – l’Amministratore ha risposto testualmente che “nei bilanci approvati si maggiorano sempre le spese per sicurezza”. «È una dichiarazione scioccante – commenta Pachera –, si ammette candidamente che i bilanci sottoposti all’approvazione dei condomini contenevano cifre gonfiate rispetto alla realtà. Ricordiamo che inizialmente si parlava di un debito di oltre 2 milioni di euro: sembra che sotto la pressione della nostra azione legale e mediatica, questo debito diminuisca ogni giorno. Dove sono finiti i soldi versati dai condomini se il debito reale è meno della metà di quello dichiarato?».

Ma non è finita qui: «Nonostante lo Studio Donazzi non abbia ancora consegnato le fatture e i giustificativi di spesa (promessi per il prossimo 21 maggio)», il Comitato spiega: «emergono indiscrezioni clamorose a seguito di una serie di telefonate interlocutorie e sondaggi informali avviati per verificare la reale entità delle pendenze con i creditori. Le risposte ricevute da alcune delle ditte inserite nell’elenco dei debiti farebbero ipotizzare che le fatture emesse e le somme che i fornitori realmente avanzano corrispondano a meno della metà rispetto a quanto riportato nel prospetto dei debiti “effettivi” esibito dall’amministrazione. Una discrepanza enorme che, se confermata dai documenti ufficiali, farebbe crollare definitivamente il debito milionario dichiarato».

E Pachera interpella nuovamente il Sindaco Alan Fabbri: «il 16 maggio ho inviato una nuova PEC urgente al Sindaco sollecitando un tavolo di confronto per la mattina del 21 maggio, dato che la precedente richiesta del 12 maggio è rimasta a tutt’oggi priva di riscontro. L’intervento del Comune è ormai urgente su più fronti. Dai conti forniti dall’amministratore, il Comune, essendo condomino per circa 50 millesimi, risulterebbe debitore di circa 10mila euro. Ma se le spese reali sono gonfiate del doppio, si sta chiedendo all’Ente pubblico di versare denaro dei contribuenti in eccedenza». Infine, «il timore più grande» dei condomini è che «lo stallo amministrativo possa compromettere la raccolta delle prove». Di qui il rinnovato appello «alla Procura della Repubblica di Ferrara affinché intervenga con la massima celerità», conclude Pachera. «Chiediamo che i Magistrati diano tempestivo incarico alla Guardia di Finanza per sequestrare e cristallizzare la documentazione contabile presso lo Studio Donazzi, prima che i faldoni e i giustificativi di spesa del periodo 2018-2023 possano essere modificati, occultati o fatti sparire». Infine, spiega Pachera, «entro maggio chiameremo a rispondere l’amministratore del condominio per le gravissime irregolarità gestorie, i bilanci alterati e l’ostinato occultamento dei registri obbligatori, a partire dal Registro di Anagrafe Condominiale».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2026

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Il dramma della parola, tra kerygma e complessità

16 Mag

Scuola di teologia per laici (Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio), ecco di cosa si è parlato nelle ultime due lezioni dell’anno

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La parola umana tra “eccedenza” dell’altro e infinita fecondità

La parola come dramma che distingue l’umano da ciò che umano non è, come ciò che lo rende «divino». Su questo lo scorso 5 maggio ha riflettuto Matteo Bergamaschi nella lezione della Scuola diocesana di teologia per laici. Tema, “Il dialogo, dimensione costitutiva dell’uomo (Es 3, 13)”. Bergamaschi è docente stabile presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (sezione di Torino) e docente invitato presso la Pontificia Università Salesiana di Torino.

Fra umano e non umano per Bergamaschi c’è una «differenza qualitativa» rappresentata appunto dalla capacità del primo di comunicare attraverso la parola. L’approccio teorico per comprendere questa specificità non è quello della cosiddetta «teoria dell’informazione, che usa un modello matematico per cui l’informazione è misurabile», ma quello centrato sull’esperienza della parola, che mette davvero in luce l’umano». Bergamaschi, citando un libro di Silvano Petrosino – filosofo della comunicazione – dal titolo “L’esperienza della parola”, ha spiegato come l’umano a differenza dei non umani «fa esperienza dell’altro in quanto altro», in quanto qualcosa che «sempre gli sfugge, sempre eccede». L’altro dunque «non è evitabile e non è dominabile, non è riconducibile a quanto so già». Nell’incontro con l’altro «faccio quindi esperienza di non saper bene cosa dire», perché «sperimento che l’altro eccede sempre il mio sapere e il mio potere». Di conseguenza, «siamo sempre chiamati a un lavorìo sul nostro linguaggio, sul nostro modo di esprimerci», su quella «comunicazione impossibile» con l’altro. 

In questo senso, la Bibbia «è grandiosa» perché «associa questa condizione anche a Dio»: quando Egli si deve relazionare all’uomo, infatti, «comprende che ciò non è scontato»: insomma, anche Dio «sperimenta la nostra alterità». Per dirla con Levinas, «sotto il detto, il contenuto veicolato, c’è un dire, un’apertura, l’essere esposti all’alterità dell’altro». E ciò è «un dramma», perché l’apertura in quanto tale «non dà garanzie, contraddicendo quindi ogni «retorica dell’apertura e del dialogo come qualcosa di scontato e immediato». È da qui, da questa intrinseca complessità e «difficoltà nel dirci all’altro, che nascono le arti e la letteratura», cioè che «nasce un’infinita fecondità». Insomma, al di là del giusto limite del linguaggio riconosciuto da Gadamer, di «non poter esistere al di fuori delle lingue storicamente esistenti», ogni comunicazione, ogni opera artistica o letteraria produce «infiniti sensi al di là delle intenzioni del soggetto che comunica»: una volta che comunichiamo, «non siamo più possessori del significato di ciò che comunichiamo». Insomma, «non siamo detentori di una verità, non potendo non dar vita a proficui fraintendimenti». Ciò non è un limite ma anch’essa «una condizione di fecondità».

Fecondità che incontra un solo limite non negativo: quello del «silenzio dell’adorazione», che è un «silenzio dialogico», «la quintessenza della parola, prima e oltre di qualsiasi dire».

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Come annunciare il kerygma? «Serve narrazione e creatività»

Il 7 maggio si è svolta l’ultima lezione dell’anno della Scuola diocesana di teologia per laici, lezione sul tema “Annunciare la salvezza. «Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso» (Rm 10,11)”. Relatrice è stata Annalisa Guida, docente di Nuovo Testamento presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e presidentessa della Rivista “Parole di Vita”.

«Oggi – ha esordito la relatrice – annunciare il Vangelo è difficile perché mancano i presupposti: la cultura cristiana non è più cultura condivisa». La scommessa quindi è particolarmente interessante perché «ci obbliga a ricollocarci in un contesto in cui non siamo più maggioranza», per cui quello che comunichiamo «torna in un certo senso a essere una novità per molti». Può essere quindi, questa, «un’occasione per mettersi in discussione e per capire, ripartendo dalla fonte della nostra fede, come poter comunicare in maniera più creativa». Oggi – per Guida – «Gesù si racconta anche con forme comunicative diverse, ad esempio attraverso una fiction com’è “The Chosen”, interessante perché racconta Cristo attraverso gli sguardi di chi l’ha incontrato». Riscoprire la Parola di Dio significa innanzitutto «riscoprire qualcosa su cui come credenti non sempre riflettiamo abbastanza», cioè che «la dimensione comunicativa non è uno sfizio ma lo specifico del Dio della Rivelazione ebraico-cristiana», un Dio che «crea attraverso la Parola». Ma se la dimensione comunicativa è lo specifico di Dio allora «è anche costitutiva dell’essere umano»: infatti, «anche questo significa essere a immagine e somiglianza di Dio».

Ma come venne raccontato Gesù prima che le comunità cristiane potessero avere a disposizione quello che è il Nuovo Testamento? Nei primissimi decenni, «il kerygma è stato narrato tramite l’oralità, non tramite scritti» e Gesù stesso non ha lasciato nulla di scritto, era «un predicatore itinerante che dell’oralità faceva un tratto distintivo». Inoltre, le lettere di Paolo sono degli anni 50 ca. e il Vangelo più antico, quello di Marco, non è stato scritto prima del 65. Per capire come nei primissimi decenni dopo Cristo è stato annunciato il kerygma, la relatrice ha scelto di analizzare 1 Cor 15, 3-5: «Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io – scrive Paolo -, che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture; che apparve a Cefa, poi ai dodici»: questa è «la forma primitiva del kerygma, il cuore dell’annuncio». Annuncio che, ora come allora ha e avrebbe avuto bisogno di domande, di chiarimenti, per capire il perché di questa attrazione inimitabile per la sua persona. Unica fonte che ci riporta i discorsi kerygmatici dei primi discepoli sono gli Atti degli apostoli (At 2, At 10, At 17): «l’elemento ineliminabile di questa predicazione è la resurrezione». In particolare Atti 10, 34-43 (il discorso di Pietro presso Cornelio) può essere anche oggi «il più consono per annunciare il kerygma»: insomma, «la forma biografico-narrativa è la forma più adatta, dando un’identità a ciò che racconta, rendendo presente l’assente».

Andrea Musacci

Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026

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(Foto Pexels – Grzes Zadykowicz)

Luce e dolore: la “Trasfigurazione” di Raffaello e la cura dell’altro nel nuovo libro di Piero Stefani

15 Mag

Nel suo ultimo libro Stefani riflette sul capolavoro del «divin pittore», fra arte e Vangelo

di Andrea Musacci

A vegliare le spoglie mortali di Raffaello Sanzio, accanto al letto nello studio di via del Borgo a Roma, vi era una sua opera, l’ultima da lui realizzata: la Trasfigurazione. L’estrema parola – potremmo dire – dell’artista, suggello di un’esistenza e anticipazione dell’Eterno. A quest’opera è dedicato il nuovo libro di Piero Stefani, dal titolo Trasfigurazione. Lettura evangelica dell’ultima opera di Raffaello (Pazzini Editore, 2026, collana Arti e Teologie), con prefazione di Guido Bertagna, teologo gesuita, artista ed esperto di giustizia riparativa.

Stefani – biblista, filosofo e teologo, collaboratore della rivista Il Regno e presidente di Biblia – con questo volume ci dona un’analisi profonda, intima e accurata, di uno dei capolavori dell’umanità. L’opera è una tempera grassa su tavola di cm 410×279, iniziata da Raffaello nel 1516 e conclusa poco prima della morte, che lo coglie all’età di 37 anni il 6 aprile 1520, Venerdì Santo.

In questo dipinto, esposto nella Sala VIII della Pinacoteca Vaticana, Raffaello – scrive Stefani – «compie l’inedita scelta di raffigurare sia quanto ha luogo in alto, la trasfigurazione di Gesù e il suo colloquio con Mosè ed Elia, sia quanto sta succedendo in basso, l’incapacità di porre rimedio al predominio del male». In quell’epoca, la trasfigurazione era spesso rappresentata, mentre era «inedita» la mancata liberazione del giovane ossesso. Ricordiamo che la trasfigurazione è narrata nei Vangeli sinottici (Mt 17,1-9; Mc 9,2-10; Lc 9,28-36).

Così, radicale è la contraddizione «tra un volto trasfigurato e uno stralunato, tra l’essere avvolti e trasformati da una realtà divina e l’essere afferrati e deformati da un potere maligno». Qui, «impotenza» e «richiesta d’aiuto» sono l’unica realtà che sembra esserci data vivere. Là, lontano, parrebbe invece dominare, distante nel suo fluttuare, una sovra-realtà a noi inaccessibile, indifferente al nostro patire. Un passo avanti nella comprensione – attraverso la via della speranza – sta nel relativizzare questa contraddizione ponendola su un piano temporale: il momento presente – precario e implorante – contrapposto a «quel che saremo nella vita eterna», nella pienezza della comunione in Dio. Una contrapposizione, quindi, non definitiva, ma fatta di attesa.

Nessuno intento nichilistico ma nemmeno, all’opposto, futilmente consolatorio: «se si mette precocemente in campo il risanamento, l’anti-trasfigurazione che pesa ancora su tanta parte dell’umanità viene troppo sbrigativamente edulcorata», scrive l’autore. E dunque la trasfigurazione è anticipazione, non inganno, realtà presente, non magia. E in quanto “reale” e in quanto “presente”, capace di trasformare qui e ora. L’effetto, insomma, è immediato, la piena comprensione sarà – invece – mediata solo dalla Pasqua del Signore. «Il “cambio di forma”», cioè la metamorfosi della trasfigurazione – scrive Stefani -, «va inteso come anticipo della resurrezione».

Mediare, dunque, appartiene al tempo; e alla dinamica della relazione: Stefani, citando il Vasari, a un certo punto si sofferma sulla figura femminile presente nel mezzo della parte inferiore dell’opera. Al centro, come a dire dell’equilibrio di cui è partecipe, del ruolo del quale è investita: quello di mediatrice – sul piano orizzontale – tra gli apostoli e la famiglia dell’ossesso, tra il basso e l’alto – su un piano verticale. «La donna – scrive Stefani – costituisce di sicuro il cuore della parte inferiore ma, forse, assolve questo ruolo anche rispetto alla pala nel suo insieme». Con la sua «postura “serpentinata”», può essere «simbolo della fede», scrive l’autore o, chissà, richiamare la Vergine Maria, Mediatrice di tutte le grazie.

In ogni caso, quest’opera è tanto universale – in quanto parla a un tempo della condizione e dell’anelito di ognuno – e personale, in quanto espressione ultima (non solo in senso temporale), testamento, grido estremo di Raffaello. Scrive Stefani: «Se, come sostiene Vasari, quel volto [del Cristo] è in assoluto l’ultimo soggetto dipinto dal sommo artista, è lecito pensare che in Raffaello operasse la speranza di raggiungere una vita più alta e duratura di quella terrena che era prossima a concludersi». Insomma, non esiste la morte, esiste il morire del singolo; la stessa condivisione di questo destino va vissuta come comunione, non come astratto comun denominatore. 

Ugualmente si può dire tanto dello sguardo stravolto del fanciullo quanto di quello – già illuminato – rivolto al Signore. È dunque l’altro che ci rimette coi piedi per terra, non per sprofondare, ma per ricentrarci, lontani dalla speculare tentazione dell’elucubrazione e del sentimentalismo. Ciò che ci permette di comprendere la realtà tanto del mondo sensibile quanto di quello eterno – essenza del primo – è ciò che li lega: una luce, mai distinta da un corpo; un volto, mai estraneo alla logica assurda della misericordia: «La parte inferiore della Trasfigurazione – scrive Stefani – testimonia l’ostinata volontà di prendersi cura dell’“altro” anche quando non si è nelle condizioni di aiutarlo in senso pieno». Nessuno basta a sé stesso, dunque; nessuno si salva da solo e nessuno salva l’altro da solo: «la tenda corporea del precario abitare di chi ha perduto la propria casa» non sta più nella tremenda solitudine del deserto, ma nello sguardo trasfigurato di Gesù, «casa imperitura».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026

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«Io, ferrarese, ero sulla Flotilla verso Gaza»

13 Mag

Elettra Negrini, 29 anni, nata e cresciuta a Ferrara, è fra i 22 italiani sequestrati dalla marina israeliana in acque internazionali il 29-30 aprile. «Agiamo nella nonviolenza, ci esponiamo per aiutare chi soffre. Se potessi ripartirei subito per Gaza»

di Andrea Musacci

«Sono nata e cresciuta a Ferrara. E ora ho deciso di spendermi in prima persona per Gaza». È molto toccante il racconto che Elettra Negrini (foto), ferrarese di 29 anni, ci fa della sua esperienza di fine aprile su una delle navi della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza per portare farmaci e aiuti alimentari alla popolazione. Elettra è stata invitata a testimoniare pubblicamente dalla Rete per la Pace di Ferrara, la mattina del 9 maggio scorso nella sede della CGIL in p.zza Verdi. Mi spiega di essersi diplomata all’Istituto Bachelet, poi ha concluso la laurea triennale in Antropologia all’Università di Bologna, ha fatto un anno di Erasmus in Spagna e poi preso la laurea magistrale in Antropologia culturale a Torino. «A Ferrara – dove ho lavorato anche durante gli studi – sono tornata da poco dall’Australia, dove io e Gonzalo, il mio fidanzato, abbiamo vissuto per un certo periodo. Lo scorso ottobre, quando lui era nella Flotilla, io ero in Australia: avevo più paura perché sola e perché non avevo ancora fatto questa esperienza. Ma ora che l’ho fatta e che ho l’opportunità di testimoniare e di condividere con tante persone, non ho più paura».

«Nella notte tra il 29 e il 30 aprile scorso siamo state tra le prime barche intercettate. Non dimenticherò mai quella notte: quello della marineria israeliana è paragonabile a un atto di pirateria». Così Elettra ci racconta. La ragazza è una dei 22 italiani sequestrati quella notte da Israele (5 donne e 17 uomini): la marina israeliana ha intercettato 22 imbarcazioni della Flotilla in acque internazionali, nella zona di ricerca e soccorso (Sar) greca, a oltre 600 miglia nautiche dalle coste di Gaza. Il 1° maggio, i partecipanti (da 55 Paesi diversi, e di cui una 50 italiani) sono stati trasferiti a Creta. Tutti tranne due – il brasiliano Thiago Ávila e il palestinese con cittadinanza spagnola e svedese Saif Abukeshek – che sono stati deportati in Israele con l’accusa di «affiliazione a un’organizzazione terroristica», e liberati il 9 maggio.

«In quel momento – ci spiega Elettra – insieme ad altri mi trovavo su, in coperta, non dormivamo ma eravamo di guardia. Vedevamo tanti droni volare sopra di noi a bassa quota e la radio da un po’ non funzionava bene. Abbiamo visto luci rosse in lontananza e poi i fari puntati, ma sul momento non pensavamo potesse essere la marina israeliana», essendo lontani da Gaza: «si tratta dell’ennesimo schiaffo al diritto internazionale, anzi ancor più grave rispetto ai pur gravi precedenti». I soldati poi «ci han fatto spostare sulla parte frontale della nave, ma siamo rimasti fermi, con i nostri giubbotti di salvataggio addosso. Al terzo ordine da parte loro, ci han minacciato che ci avrebbero sparato e quindi ci han fatto inginocchiare, mettere le mani sopra la testa, la testa bassa, voltati verso il mare, verso l’oscurità. Ci hanno tolto i passaporti. A me hanno fatto mettere le mani sulla bandiera israeliana e mi hanno perquisito più volte. Poi ci han fatto sdraiare a terra e ci han legati i polsi con fascette di plastica, tanto da farci venire i lividi. Per 36 ore siamo stati detenuti in una specie di prigione galleggiante, senz’acqua né cibo né accesso ai servizi igienici per molte ore». E diversi compagne/i della Flotilla «sono stati feriti in modo grave tanto che avrebbero avuto bisogno di essere curati in ospedale. I soldati israeliani hanno ripetutamente cercato di manipolarci mentalmente; ad alcuni ragazzi della Flotilla dicevano “preferisci la morte o il dolore?”. Abbiamo buttato i nostri cellulari in mare e i coltelli che usavamo in cucina, ma un ragazzo si era dimenticato due coltelli addosso, uno alla cinta e uno al marsupio: a quel punto i soldati hanno iniziato a provocarlo pesantemente e l’hanno isolato. Ma eravamo stati addestrati molto bene a non rispondere alle provocazioni». Come il dire «perché piangi come un bambino?!» o, quand’erano sul gommone: «ora per voi inizia un lungo viaggio verso l’Africa, e lì ci sono regole diverse…». Oltre ai «colpi di proiettili (seppur di gomma) ripetuti tre volte di fila, per innervosirci ancora di più», o «alcuni di noi inondati di acqua e alcune donne sono state trascinate via, e hanno dei lividi, i visi gonfi, in alcuni ho visto anche delle tumefazioni a pochi centimetri dai genitali». O «traumi cranici, nasi e costole rotte». 

«Questo sequestro programmato» – prosegue Elettra – fatto con l’aiuto della Guardia Costiera della Grecia («”siamo qui per la vostra sicurezza”, ci dissero mentendoci»), paese dell’Unione Europea – «vede anche la responsabilità dello Stato italiano, che non ci ha assistiti in nessun modo, nonostante la nostra nave battesse anche bandiera italiana».

Un’altra sua riflessione riguarda le differenti risposte delle persone al genocidio di Gaza, al dramma della Cisgiordania e all’impegno della Flotilla: «nel mondo di oggi, molti non riescono più a riflettersi nell’altro, come se ciò che succede alle persone di Gaza non li riguardasse. Ma lottare per un mondo migliore non è né un atto terroristico né un atto di coraggio ma di amore e di consapevolezza». Amore che è anche nonviolenza, termine ripetuto più volte da Elettra e scritto anche da Thiago Ávila nella sua ultima lettera alle compagne/i della Flotilla dalla detenzione. «Non c’è nulla di male nel credere nell’utopia ma queste nostre azioni con la Flotilla non sono qualcosa di utopico – dice ancora Elettra -, ma un atto di solidarietà concreta, un esporsi per aiutare chi soffre». Atto che «da sempre viene fatto perché può cambiare la realtà. Certo, ci sarà bisogno di tempo ma è importante l’impegno di tante persone, di metterci oltre che le proprie parole anche il proprio corpo». Purtroppo però «vi è in molti una certa ignoranza emotiva, un’apatia che porta all’indifferenza verso la sofferenza di queste persone. Dobbiamo, invece, trasformare il dolore in qualcosa di attivo».

Elettra, come detto, è fidanzata con Gonzalo Nestor Fabian Di Pretoro, di origini argentine, presente in questa Flotilla e in quella dello scorso ottobre. E ora Gonzalo sta per ripartire, essendo rimasto su una delle 33 imbarcazioni della Flotilla scampate all’attacco israeliano del 29-30 aprile, e dirette lo scorso 9 maggio, verso la città turca di Marmaris. «Io e Gonzalo ci sentiamo ogni giorno – mi racconta Elettra -, mi ha anche mandato un loro video in cui cantano, a dimostrazione che il loro morale è alto, che non hanno paura. Io stessa se ci fosse la possibilità ripartirei subito per un’altra missione diretta a Gaza». Per questa appena conclusa, a fine marzo scorso Elettra assieme ad altri è scesa prima in Sicilia: «già l’anno scorso volevo partire con la Flotilla. A differenza di Gonzalo e di altri, non avevo esperienza nautica quindi nella missione ho dato una mano in cucina e nell’organizzazione». La preparazione che gli hanno fatto prima della partenza, come detto, è «all’insegna della nonviolenza: ci hanno insegnato, cioè, a non reagire ai soldati, a non avere nessun contatto fisico o visivo con loro. È stato un addestramento importante, anche se vivere è qualcosa di differente. Io e Gonzalo – mi racconta alla fine – ci siamo conosciuti nel maggio 2023 a Conselice: eravamo lì entrambi come volontari per aiutare gli alluvionati, lui come attivista di Greenpeace». Dal servizio a chi ci è vicino – in Romagna – a quello a chi è lontano – a Gaza. Ma lo spirito è sempre lo stesso, amore e consapevolezza.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026

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(Foto Musacci)

«Grattacielo, vogliamo chiarezza sulle spese»: la denuncia dei condomini

12 Mag

Presentata il 9 maggio alla Guardia di Finanza una denuncia-querela a firma Daniele Pachera, in rappresentanza di oltre 30 proprietari di immobili nelle torri. Obiettivo, «accertare la corrispondenza tra le somme versate dai proprietari e i pagamenti effettivamente ricevuti dalle ditte per i lavori antincendio». Pachera spiega a “La Voce” che cosa non torna e la mancata trasparenza sulla visione di certi documenti contabili, tecnici e amministrativi

di Andrea Musacci

«Centinaia di persone da mesi sono per strada: vogliamo chiarezza sui soldi versati dai condomini per lavori mai fatti». È questo l’appello che tramite “La Voce” Daniele Pachera rivolge alle istituzioni. Pachera, laureato in Giurisprudenza, da 5 anni è proprietario di un appartamento al II° piano della torre A del Grattacielo di Ferrara. La mattina del 9 maggio scorso al Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Ferrara ha formalmente depositato una denuncia-querela riguardante la gestione economica e finanziaria del Condominio Grattacielo. L’iniziativa «mira a fare chiarezza su un debito dichiarato di oltre 2 milioni di euro e sulla gestione di circa 1,3 milioni già versati dai condomini per lavori antincendio che, a quanto risulta dai rilievi tecnici dei Vigili del Fuoco, non sono stati eseguiti nelle parti comuni». 

L’esposto chiede alla Procura della Repubblica, tramite le Fiamme Gialle, di «accertare la corrispondenza tra le somme versate dai proprietari e i pagamenti effettivamente ricevuti dalle ditte. In particolare, si chiede luce sulla gestione che ha portato a svariate aste giudiziarie e sull’eventuale addebito di lavori privati all’interno della contabilità condominiale comune. Esiste il fondato sospetto che circa 280mila euro di lavori effettuati all’interno di singoli appartamenti privati siano stati impropriamente addebitati al bilancio condominiale, gonfiando il debito comune a danno dei condomini adempienti».

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Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026

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Tra guerra e comunismo: mons. Ruggero Bovelli mediatore e riconciliatore

9 Mag

Il vescovo di Ferrara nei difficili anni dal ’45 all’immediato dopoguerra: il suo impegno per la fine dei bombardamenti, la lotta al comunismo, la convivenza coi “rossi” locali. In un incontro a Ferrara, le sue diverse anime 

Tra dialogo e denuncia, la figura di mons. Ruggero Bovelli, vescovo di Ferrara dal 1929 al 1954, emerge sempre di più – grazie a  nuove ricerche – come figura carismatica e decisiva nel periodo della Liberazione. Per questo, lo scorso 28 aprile la sede dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara (vicolo S. Spirito) ha ospitato l’incontro dal titolo “Un vescovo tra la guerra e il dopoguerra: Ruggero Bovelli e i giorni della Liberazione”. Si è trattato del secondo incontro dopo quello svoltosi nella stessa sede lo scorso novembre: ne abbiamo parlato in un articolo uscito su La Voce del 28 novembre e che potete trovare anche a questo link: https://www.lavocediferrara.it/il-vescovo-bovelli-guida-nel-turbine-della-guerra0/

Il 28 aprile l’incontro è stato introdotto dal nostro vicario generale mons. Massimo Manservigi e ha visto gli interventi dello storico Andrea Rossi, di Riccardo Piffanelli, archivista della nostra Arcidiocesi e di Alessandro Accorsi, giovane studioso e collaboratore del nostro Archivio storico diocesano. «Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore (…). Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo”» (Gv 10, 7, 9). Da questo versetto del vangelo ha preso le mosse mons. Manservigi per introdurre l’incontro: «mons. Bovelli – ha detto – non difendeva un’ideologia ma salvava vite umane, mettendosi sempre in prima linea, come il Buon Pastore che dà la vita per le proprie pecore».

PUNTO DI RIFERIMENTO

Non a caso, infatti, Bovelli fu definito “pastor et defensor” di Ferrara per la sua difesa di tanti cittadini perseguitati, ebrei e dissidenti del fascismo: ad esempio, grazie a un suo duro intervento presso le autorità fasciste, fece spostare i corpi dei cittadini ferraresi uccisi all’alba del 15 novembre 1943, lasciati per tutta la mattina davanti al muretto del Castello come monito per la popolazione. 

Tornando all’incontro del 28 aprile, Rossi ha citato alcuni documenti inviatigli da Carlo Gentile, studioso dell’Università di Colonia e consulente tecnico per i crimini tedeschi a Marzabotto e in altre località. Innanzitutto, ha spiegato come «erano diversi i reparti tedeschi e alleati sparpagliati nella provincia di Ferrara»: «la decima armata tedesca aveva il suo comando a Sabbioncello San Vittore e altri comandi erano a Villa Massari a Voghenza e in altre località fuori Ferrara», come a Gambulaga, dove c’era la 26^ divisione armata tedesca. «È per questo che gli alleati insistevano in queste zone coi bombardamenti». Ed è per questo che «la figura di mons. Bovelli come punto di riferimento fu molto importante». Bovelli che fu spesso in contatto con Giuseppe Altini, Prefetto a Ferrara dal 20 luglio 1944 all’aprile 1945 (almeno fino al giorno 19).

BOVELLI DIFENDE ALTINI

Proprio dell’epistolario di Bovelli, Piffanelli ha innanzitutto citato una sua lettera del 30 giugno 1945 rivolta al governatore alleato, «lettera – ha spiegato il relatore – inviatami da Gian Paolo Bertelli e proveniente dall’Archivio di Stato. Nel nostro Archivio storico diocesano conserviamo la minuta di questo documento, nel quale Bovelli dà un suo parere riguardante una carica importante», forse quella di prefetto per il successore di Altini.

Un altro documento – sempre ricevuto da Bertelli – riguarda la deposizione di Bovelli al processo Altini nel 1946: l’allora vescovo scelse di testimoniare a favore dell’ex prefetto, spiegando (come riporta un articolo di giornale dell’epoca): Altini «si è interessato per la scarcerazione di diversi presuli», tra cui il monaco olivetano padre Gregorio Palmerini, allora parroco di San Giorgio, e don Gino Lazzari. «Nell’Archivio storico diocesano – ha proseguito Piffanelli – sono conservate diverse lettere tra Bovelli e Altini, che si scrivevano spesso, ogni settimana». 

Bovelli che nell’immediato dopoguerra molto si spese «per la riconciliazione», come testimoniato da un documento citato nella tesi della dott.ssa Fabrizia Fabbri, documento del 9 giugno 1945 in cui il Vescovo invita ad «alzare la voce e gridare un forte “basta” alla catena di sangue», dato che «la vita è un bene supremo». Di «giustizia e non di vendetta» parla quindi il presule, anche perché – come ha ricordato Rossi – «a Ferrara nel dopoguerra furono 210 i cosiddetti morti politici, e altre 60 le vittime di questo tipo ancora senza nome, perché non ne fu fatta denuncia». Di certo, come molti altri ecclesiastici del suo tempo, «forte era l’avversione di Bovelli al comunismo: nel 1948 è accorato il suo invito a non votare liste «anticattoliche», e «forte era invece il suo legame con la DC». 

BANDIERE ROSSE IN CHIESA

Piffanelli ha poi citato un documento quasi inedito del 19 giugno 1946(citato solo nella tesi di Fabbri), riguardante un fatto avvenuto nella parrocchia cittadina del Perpetuo Soccorso: durante le esequie di un comunista – che chiese i funerali religiosi -, alcuni militanti del PCI fecero ingresso in chiesa con bandiere con falce e martello. Il parroco don Camillo Pancaldi (parroco lì dal ’40 al ‘52) reagì a ciò «scatenando un diverbio e venendo minacciato» da alcuni militanti rossi. In seguito, Bovelli intervenne su questa questione scrivendo tanto a don Pancaldi quanto all’allora Segretario della Federazione provinciale del PCI: per Bovelli le bandiere comuniste in chiesa sono una «provocazione» ma richiama il parroco a «una certa comprensione» data la situazione particolare. Il Segretario comunista, invece, segnala a Bovelli come in un caso simile accaduto a Quartesana nessuno si era lamentato per le bandiere rosse in chiesa. In conclusione, il Segretario comunista «si impegnerà per il futuro di non far entrare le loro bandiere in chiesa, ma di portarle solo durante il corteo funebre».

LETTERA PER LA SALVEZZA DELLA CITTÀ

Com’è noto, fu con una lettera, consegnata il 21 aprile ’45 da don Dafne Govoni (parroco a Cocomaro di Cona dal ’35 al ‘50) al generale McCreery del Comando alleato – che si trovava a Gualdo -, che mons. Bovelli riuscì a scongiurare il bombardamento alleato su Ferrara: «All’eccellentissimo Comando Militare Alleato del Fronte Italiano – scrisse Bovelli -, in quest’ora di crescente angustia e preoccupazione, per le sorte della nostra città che fiduciosa guarda al suo avvenire di libertà e di ordine nuovo (…) Dò la mia autorevole testimonianza che ogni resistenza tedesca e fascista è morta. In nome di Dio, della cui misericordia tutti abbiamo bisogno, supplico codesto eccellentissimo Comando Alleato, di accogliere il presente appello…si salvi Ferrara ed i suoi cittadini. Ecco la parola del Pastore in difesa del gregge».

Durante l’incontro nella sede dell’Isco, dal pubblico è intervenuto Alessandro Accorsi, genero di Celestino Benini, per riferire quello storico episodio: per l’occasione, ha portato la copia di un documento, dattiloscritto con autografo di Bovelli, in cui quest’ultimo narra il fatto in modo ufficiale: «fu mio suocero, il geometra Celestino Benini – ha detto Accorsi – a consegnare la lettera di Bovelli a don Govoni», che poi a sua volta la consegnò a McCreery. Per fare quella consegna a don Govoni, «Celestino andò di notte, in moto, a Cocomaro di Cona: fu quindi un’operazione ad alto rischio». Benini fu attivo anche nella ricostruzione: nel 1948 fece il rilievo totale del fabbricato parrocchiale di Denore, colpito durante la guerra e bisognoso di restauro.

BOVELLI ANTICOMUNISTA

L’ultimo intervento è stato del giovane studioso Alessandro Accorsi (omonimo del sopracitato signore), che partendo dalla Lettera “L’ora che volge” di mons. Bovelli ha spiegato come questo nel 1948 definì «colpa grave l’assenteismo politico», cioè l’astenersi dalle urne, e come indicò – in questo che è una sorta di suo «manifesto politico» – la famiglia come «cellula fondamentale della società». Per la precisione, di quella che definisce «Città di Dio», contrapposta alla «Città di Satana». La prima, «mondo utopico», era «un luogo governato dall’ordine, dalla moderazione e dalla disciplina e fondato sull’insegnamento del Vangelo e sulla carità cristiana». Al contrario, nella seconda è lo Stato la «cellula fondamentale», che in questo quindi «si sostituisce a Dio, escludendo la religione dalla vita sociale, dominata dal materialismo, dall’edonismo sfrenato e dalla violenza». Una posizione, questa, allora in linea con quella della Chiesa: è infatti del 1949 la scomunica ai comunisti presente in un decreto della Congregazione del Sant’Uffizio e approvato da papa Pio XII.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 maggio 2026

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Cecchini per divertimento: i safari umani a Sarajevo

8 Mag

Il terribile racconto dei 500 uomini (di cui 230 italiani) che tra il 1992 e il 1996 approfittarono dell’assedio di Sarajevo per ammazzare bambini, donne e anziani, come fossero in un videogioco. A Ferrara il racconto di Ezio Gavazzeni, autore dell’inchiesta. E il 22 maggio il film a Santo Spirito

di Andrea Musacci

Cento milioni di lire per diventare un cecchino e sparare a un bambino, a una ragazza, a un anziano. Era questo il passatempo del fine settimana per almeno 500 persone – di cui ca. 230 italiani -, durante l’assedio di Sarajevo tra il 1992 e il 1996. Di questa orribile storia in Italia se n’è tornato a parlare da poco grazie alle inchieste dello scrittore milanese Ezio Gavazzeni. Inchieste che ora ha pubblicato nel suo libro “I cecchini del weekend. L’inchiesta sui safari umani a Sarajevo” (PaperFirst ed.), presentato lo scorso 27 aprile nella libreria Libraccio di Ferrara, in dialogo con Marika La Pietra (ideatrice e voce del podcast “Voci in Ombra”) e con l’introduzione di Paola Bastianoni (docente UniFe e direttrice del Laboratorio “Uno sguardo al cielo”). Inoltre, vi anticipiamo che venerdì 22 maggio alle ore 21 il Cinema Santo Spirito di Ferrara (via della Resistenza) ospiterà la proiezione del film “Sarajevo Safari”, documentario del 2022 diretto dal regista sloveno Miran Zupanic, con interventi di alcuni giornalisti e pacifisti e un ricordo di Moreno Locatelli – classe ’59, del gruppo “Beati i costruttori di pace” – ucciso a Sarajevo nel ’93 da un cecchino serbo (v. locandina a pag. 11 e articolo sul prossimo numero).

PAGHI E UCCIDI

Cecchini che in quei quattro terribili anni si nascondevano sulle colline e puntavano gli inermi civili che camminavano tra un edificio e l’altro, cercando riparo lungo quella che verrà chiamata “Sniper Alley”, il viale principale della città. Cecchini che, appunto, spesso erano affiancati da imprenditori e professionisti anche italiani: «alcuni di loro – ha detto Gavazzeni a Ferrara – frequentano ancora oggi i salotti TV italiani, uno in particolare è spesso invitato in TV a parlare». Edin Subašic, ex agente dell’intelligence militare dell’Esercito della Repubblica di Bosnia Erzegovina (ARBiH), è stato tra i primi a rivelare e documentare questo orrore. «Oggi in Kenya – ha detto Gavazzeni – nei safari per sparare a un leone paghi 200mila dollari». E così a Sarajevo nei “safari umani” «le tariffe erano per obiettivi: per sparare a un bambino o bambina, il costo era di 100 milioni di lire; stessa cifra per sparare a un’adolescente; 70 milioni per sparare a una donna; 50 per un uomo; meno di 20 per un anziano o anziana. Più soldi mettevi, più porte si aprivano. Queste persone non avevano nessuna morale». E questi “turisti dell’orrore” «erano sempre accompagnati dal “Francese” – l’organizzatore di questi “safari” – e da un locale, che si assicurava che non ci fossero “fregature”, cioè che venisse colpito l’obiettivo concordato». Diverse erano le tecniche per attirare i possibili bersagli: «la prima consisteva nel ferire una persona così da poter colpire anche le persone accorse per soccorrerla; un’altra, era di aspettare che una madre uscisse per andare a prendere l’acqua con la tanica, così i suoi figli sarebbero usciti per giocare diventando obiettivi dei cecchini». Subašic, in un’intervista rilasciata a balcanicaucaso.org dichiara: «Secondo le nostre ipotesi, il nucleo del gruppo era composto da membri dei servizi segreti della Serbia (…). Sicuramente non è stato facile organizzare il trasporto attraverso un territorio sottoposto a sanzioni (Serbia), poi attraverso la zona di guerra per raggiungere le linee di combattimento. Si tratta di procedure molto impegnative. Pochissime persone erano a conoscenza del “safari”».

TRE GIORNI TUTTO ORGANIZZATO

La sede organizzativa dei “safari” in Italia era a Milano, con i “clienti” che forse partivano tutti da Trieste (o comunque dal Friuli) il venerdì, mentre la sede centrale europea era a Bruxelles. La sede milanese – ha proseguito Gavazzeni – «contattava sul territorio alcuni reclutatori, ad esempio ex militari della Folgore o lagunari; uno in particolare reclutava in un piccolo albergo, anche grazie al passaparola». Furono «quattro le denunce fatte allora alla Digos, tutte insabbiate, e non solo a Milano ma in varie parti d’Italia»: una è «quella di una signora che oggi in Friuli gestisce un b&b di famiglia», quindi ai tempi gestito dai genitori, dove lei lavorava: «lì i cecchini si fermavano il venerdì (e per diversi venerdì) – questa donna ha raccontato Gavazzeni – per mangiare e dormire prima di partire per Sarajevo. Alcuni di loro si sono confidati con me: “andiamo a uccidere donne e bambini, e paghiamo per questo”, mi dicevano». Anche lei entrerà nell’inchiesta ma «è molto terrorizzata».

«Due anni fa – ha proseguito Gavazzeni – ho anche incontrato colui che nel libro chiamo “Innominato”, un ex agente del SISMI che ha lavorato nei Balcani per tutti gli anni ’90, e che mi ha aperto molte porte; anche lui ha lasciato la sua testimonianza alla Procura di Milano. Mi ha detto: “Noi servizi segreti – italiani e di altri Paesi – sapevamo tutto dei safari”». Infatti, «a fine ’93 una fonte avvisa Edin Subašic che a Sarajevo erano presenti cinque italiani per “cecchinare”. Di questo vennero informati anche due agenti del SISMI, lì presenti assieme a Michael Giffoni», allora vice capo della delegazione diplomatica speciale italiana a Sarajevo. E «ci confermano che a inizio del 1994 questi cecchini vengono rispediti in Italia. La loro identità è ancora ignota: io voglio scoprire chi sono. Lo scorso novembre, Giffoni ha confermato tutte queste cose in Procura».

30 ANNI DI SILENZIO

Ma le prime informazioni su questo turismo dell’orrore erano apparse nell’aprile del 1995 in un articolo uscito sulla prima pagina di Oslobodenje, il più antico quotidiano della Bosnia Erzegovina. «Grazie a un giornalista dell’Ansa – ha spiegato Gavazzeni -, ho scoperto come profughi bosniaci arrivati in Italia diedero la prima testimonianza di queste pratiche: racconti, questi, usciti in prima pagina sul Corriere della Seranel marzo ’95, in un articolo di Venanzio Postiglione. Allora perché 30 anni fa nessuno nella Procura di Milano si mosse?». Stesso discorso per un articolo uscito lo stesso anno su La Stampa: «perché nessuno della Procura di Torino fece qualcosa?». Come detto, nel ’22 esce il documentario di Miran Zupanicč e Gavazzeni lo contatta subito. «Ma perché nessuna tv in occidente aveva chiesto di poter mandare in onda il film?». E contatta anche Edin Subašic, che nel film fornisce la sua testimonianza. «Purtroppo – prosegue Gavazzeni – diversi documenti con testimonianze erano presso il Tribunale permanente dei popoli della Fondazione Lelio Basso, ma sono spariti, e di questi la magistratura non è mai stata avvertita». 

L’INCHIESTA 

Il libro presentato a Ferrara è ciò che Gavazzeni ha depositato alla Procura di Milano, all’attenzione del pubblico ministero Alessandro Gobbis, che l’ha affidata ai Ros dei Carabinieri. La Procura milanese ha aperto un fascicolo contro ignoti con l’ipotesi di omicidio volontario aggravato per crudeltà e motivi abietti. «La maggior parte delle fonti che cito nel libro hanno depositato alla Procura di Milano fra il novembre 2025 e il febbraio 2026» e «prima di essere pubblicato, questo libro è stato letto da un avvocato e da un ex magistrato, che mi aiutano in ogni passaggio». Inoltre, da un paio di settimane – dal 21 aprile – «la Città di Sarajevo si è costituita parte civile e ha nominato i miei avvocati come avvocati difensori: a Sarajevo ci sono persone che aspettano da 30 anni di sapere chi ha ucciso i loro cari». E «da questa mia inchiesta sono partite diverse altre inchieste a livello internazionale», in Svizzera, Belgio e Francia. Ad esempio, «una settimana fa un avvocato di Parigi mi ha contattato dicendomi che ha un nuovo testimone: pochi giorni fa, il 25 aprile, mi è arrivata questa testimonianza protocollata. E mi ha detto che i servizi segreti francesi nel ’92-’93 erano a conoscenza di questi cecchini. Ciò lo riporterò alla Procura di Milano». Inoltre – ha detto ancora a Ferrara il 27 aprile – stamattina ho inviato 30 domande a questo testimone francese, che ha deciso di collaborare con la nostra inchiesta. Recentemente, «un’interrogazione è stata portata nel Parlamento francese e due in quello tedesco, grazie a deputati del SPD. E oggi un imprenditore brianzolo ha testimoniato alla Procura di Milano, facendo due nomi di persone coinvolte. Io stesso dal 17 al 19 settembre prossimi mi recherò a Sarajevo».

Insomma, «ci sono crepe nel muro» di omertà: «noi cerchiamo di vedere dentro queste crepe, ma per ora la grande assente in Italia è la politica: l’unica a fare un’interrogazione parlamentare nel nostro Paese è stata Stefania Ascari del M5S», lo scorso novembre. Come lei stessa ha spiegato, «ho presentato un’interrogazione parlamentare ai Ministri della Giustizia, dell’Interno, degli Affari Esteri, della Difesa per chiedere quali azioni siano state intraprese a seguito dell’apertura della suddetta inchiesta, se esista un coordinamento effettivo tra autorità giudiziarie italiane e bosniache, e se verranno messi a disposizione tutti i documenti eventualmente custoditi negli archivi dei servizi di informazione. Ho inoltre domandato quali misure si intendano adottare per garantire giustizia e tutela alle vittime e se l’Italia si farà promotrice, in sede internazionale, di iniziative per contrastare e prevenire nuovi episodi di “turismo di guerra”».

OGGETTI, NON PERSONE

Di «oggettificazione della vittima» e «indifferenza del male» parla Gavazzeni. Due definizioni condivisibili, per quanto queste nefandezze possano essere esprimibili a parole. «In generale – ha riflettuto -, ogni omicida si dà sempre una giustificazione per il suo atto. Ma in questo caso no, è un male senza scopo, sparavano per il solo gusto di sparare, per convincersi che l’essere ricchi, potenti e con una certa reputazione dava loro la licenza di uccidere rimanendo impuniti, nascondendosi dentro la guerra. E ciò alimentava la loro autostima». 

Ora, alle vittime e ai loro cari, va perlomeno data giustizia e memoria.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 maggio 2026

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(Foto Pxhere)

«Incontro e comunità per non essere dominati dall’Intelligenza artificiale»

7 Mag

Il 15 maggio a San Giacomo Ap. l’importante Convegno con tre esperti, fra cui Giampiero Neri (CEI), che abbiamo intervistato

a cura di Andrea Musacci

“A.I., Custodire volti e voci umane. Empatia, etica e responsabilità morale” è il titolo dell’importante incontro in programma il 15 maggio alle ore 20.30 nella chiesa di san Giacomo Ap. a Ferrara (via Arginone, 157). Si tratta di un Convegno di studi organizzato dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra Arcidiocesi in occasione della LX giornata delle Comunicazioni sociali. Questi i relatori che interverranno e i rispettivi temi: Giampiero Neri, IDS&Unitelm, Consigliere WECA, Servizio Informatico CEI, relazionerà su “A.I. Confini della comunicazione per generare speranza”; don Stefano Gigli, sacerdote della nostra Arcidiocesi interverrà su “Coltivare lo spirito nell’era digitale”; don Alessio Grossi, referente Diocesano Tutela Minori e Persone Vulnerabili rifletterà su “Intelligenza artificiale e minori: educare gli adulti”.

Abbiamo intervistato Giampiero Neri per iniziare a riflettere su un tema così attuale e che coinvolge diverse dimensioni dell’umano.

L’Intelligenza Artificiale (AI) pone – già nel suo nome – una divisione: si parla di intelligenza, non di ragione. La seconda, infatti, è caratteristica specificamente umana. Alcuni dubitano che lo stesso termine “intelligenza” sia adeguato, in quanto rimanda a “intelligere“, cioè “leggere dentro”, “comprendere a fondo”. Forte, però, è la tentazione di usare l’AI come sostituto dell’umano, se non come suo superamento. Lei cosa ne pensa? È una tentazione pericolosa e reale?

«È certamente una sfida, come lo è stata la nascita della Stampa, l’invenzione della Radio o le prime connessioni tramite ARPANET poi diventata Internet, solo che l’ambito non è più solo “mediatico” ma riguarda la vita di tutti noi, il nostro quotidiano, le nostre relazioni e quindi può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico.

Leggi l’articolo intero qui.

(Foto: ArtHouse Studio – Pexels)

Il grattacielo di Ferrara, paradigma di un’Italia ammalata di egoismo

6 Mag

Sul quotidiano “Domani” del 6 maggio 2026 è uscita questa riflessione sul tema Grattacielo di Ferrara, a firma mia e di Alfredo Alietti.

Vittorio Sgarbi a Ferrara: l’arte e la condizione umana, il Paradiso e la Resurrezione

6 Mag

Il ritorno dopo tanto tempo. La depressione, le nozze…: il critico intervistato da Cazzullo al Comunale

di Andrea Musacci

Lo sguardo spento, a tratti perso, il viso pallido, il corpo scarno, le gambe sempre incrociate.Ma, imprevisti, pungenti guizzi di vividissima intelligenza. È parso così, lo scorso 1° maggio, Vittorio Sgarbi nel Teatro Comunale di Ferrara, per l’intervista pubblica che ha concesso ad Aldo Cazzullo in occasione della tappa ferrarese della Festa del Corriere della Sera per i 150 anni del quotidiano di via Solferino. 

Non un’intervista qualsiasi ma la prima dopo tanto tempo, dopo quella depressione che gli ha spento la luce dagli occhi, succhiato la sua proverbiale energia. Depressione – come ha spiegato a Cazzullo – iniziata da quando – nel febbraio 2024 – è stato costretto a dimettersi dal suo incarico di Sottosegretario alla Cultura nel Governo Meloni in quanto coinvolto in un’inchiesta su un quadro rubato e accusato di svolgere attività non compatibili con l’incarico di governo. 

A Ferrara, ha poi aggiunto – la voce bassa e stanca: «mi sono depresso a vedere le politiche del Governo sull’arte», e in particolare «sulla Biennale di Venezia», ha detto. Il 9 maggio, infatti, inizia la celebre Esposizione d’Arte, dalla quale il Ministro Giuli vuole escludere il padiglione russo, col parere però contrario del Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco e dell’intera Giuria Internazionale della stessa, dimessasi per protesta. Per Sgarbi, un fatto grave, «mai accaduto», con una scelta, quella del Governo, che mette in pericolo «la possibilità che gli artisti possano esprimersi liberamente». Ciò che per Sgarbi non è una novità è invece il fatto che «il potere tenti di costringere l’arte dentro idee, modelli», mentre «la forza individuale dell’artista dev’essere sempre libera. L’arte di per sé sfugge al controllo del potere, gli artisti attraversano la storia e la rappresentano con le loro immagini».

E a proposito di arte, diverse domande di Cazzullo hanno riguardato opere e artisti, ma al centro vi è sempre stato l’umano con le sue contraddizioni radicali. Così è in “Amor sacro e Amor profano”, opera di Tiziano (1515 ca.), con la nudità legata al sacro in quanto questo «non ha altra grazia che il corpo come creazione divina». La nudità, insomma, come «libertà della propria anima, della condizione umana». E Raffaello, «dio mortale» in quanto «suo scopo era quello di toccare la coscienza di Dio e di ognuno di noi»; o la “Tempesta” di Giorgione (1506-1508 ca.), col femminile rappresentato dalla donna che allatta e dalla forza della natura, la potenza e la fertilità, contrapposte alla «solitudine dell’uomo». E poi, il suo amato Caravaggio, «superiore anche a Guido Reni» in quanto «riconoscibile sempre: in ogni sua opera c’è la sua verità e la sua vita», la sua arte è «concreta, più reale della realtà», mentre in Reni «è idea e astrazione». Insomma, per Sgarbi «l’arte è una dimostrazione dell’esistenza di Dio»: questa «si manifesta con la creazione e le arti – come la letteratura – sono creazione, atti divini».

Le domande hanno poi riguardato la sua Ferrara, che lo ha accolto con calore (anche se il teatro non era pieno):«il segreto di Ferrara è il segreto di Putin», ha detto Sgarbi, vale a dire l’aver avuto «una corte potente col capo che aveva potere di vita e di morte sui propri cittadini». E ancora: «Ferrara aveva un mistero che andava conservato e illustrato: per questo, grazie a De Chirico sono nate le “Muse inquietanti”, cioè un modo di dire la condizione umana e il suo privilegio di vivere in questa città». «Progetti per il futuro?», gli chiede a un certo punto Cazzullo. «Fare molti libri» è la risposta, oltre al prossimo matrimonio a Venezia con la sua amata Sabrina Colle (seduta in prima fila), «dimostrazione, eccesso, di qualcosa che è già chiaro».

Vi è un dipinto, molto noto, “L’urlo” di Munch, che per Sgarbi è «l’emblema della condizione umana, non solo della condizione estrema dell’angoscia ma della condizione quotidiana del dubbio, del tormento, della solitudine, del fare i conti con sé stessi». Alla domanda «hai paura della morte?», Sgarbi risponde «no» e aggiunge, parafrasando Epicuro: «Quando c’è la morte non ci siamo noi, e quando ci siamo noi, non c’è lei». Risposta forse di nascondimento, la sua. Ma ciò che ha toccato in tanti, al Comunale, è stato quel che ha aggiunto dopo: «l’Aldilà me lo immagino con pochi colori, l’inferno, ad esempio, me lo immagino tutto verde. Mentre il Paradiso non ha colori, perché siamo noi i colori del Paradiso». La commozione fra il pubblico è palpabile nell’applauso corale che sgorga spontaneo. E poi ancora un’opera d’arte, sì, sempre l’arte, sua ossessione, fino all’ultimo, chiave ed essenza del reale: per Sgarbi, la “Resurrezione” di Piero della Francesca (1450-1463 ca.) è «l’incarnazione della Trinità e della figura di Cristo», che nel dipinto è «vivo, sveglio», mentre l’umanità è rappresentata «dai quattro soldati addormentati, che non si rendono conto di ciò che accade, come se non li riguardasse. Cristo, invece, è la figura umana piena, vera».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 maggio 2026

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(Foto di Andrea Musacci)