Sarajevo, tutto l’orrore e tutta la speranza del mondo

30 Mag

«Irina aveva 1 anno quando fu uccisa da un cecchino»: a Santo Spirito in tante e tanti per la serata dedicata al ricordo dell’assedio negli anni ’90 e del “safari umano” su cui ancora si indaga. Ecco le testimonianze di quell’orrore e il grido di pace di chi c’era

Uomini che volevano sperimentare l’orrido piacere di sentirsi padroni della vita e della morte di innocenti, e rimandendo anonimi e impuniti. Ma c’è chi ora vuole portare alla luce questi delitti. Sulla “Voce” dell’8 e del 15 maggio scorsi vi abbiamo parlato dei “cecchini per gioco” nella Sarajevo assediata dal 1992 al ’96. 

Il Cinema Teatro Santo Spirito di Ferrara ha compiuto la scelta coraggiosa di dedicare una serata a questo macabro pezzo della storia contemporanea, e l’ha fatto la sera dello scorso 22 maggio, con la proiezione del documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanic, uscito nel 2022. 

Il documentario inizia con alcuni uomini che, durante l’assedio di Sarajevo, raccolgono su un ponte i corpi di un ragazzo e di una ragazza, colpiti a morte da un cecchino. Corpi che vengono posti nel baule di una macchina e portati in ospedale. Il loro sangue è colato sull’asfalto. Nel filmato, poi, la testimonianza di un uomo dal volto coperto, uno sloveno, ex ufficiale dell’esercito jugoslavo, poi assunto da un’importante agenzia investigativa USA. «Un giorno – racconta – vidi tre uomini stranieri, non vedevano l’ora di entrare in azione». Parla di statunitensi, canadesi, russi. «Si spostavano fra diverse postazioni, per sparare. Uno si sdraiò e ricevette un fucile: una persona venne colpita. La cosa mi inorridì molto».Questi stranieri «ricoprivano posizioni elevate, erano protette, uno di loro parlava un inglese fluente». Forse scelsero di fare questo safari umano «perché nella loro vita si annoiavano». L’uomo racconta anche di un bambino colpito a morte mentre passeggiava con la madre, «mano nella mano». Erano tutti «cacciatori esperti» questi stranieri, ma «generalmente colpivano al torace, perché alla testa era più difficile» a distanza.

Poi il documentario segue con la testimonianza di un uomo e una donna, marito e moglie, che raccontano di come nell’ottobre ’93, fossero in giro per una passeggiata nelle strade di Sarajevo con Irina, la loro figlia di 1 anno e 4 giorni. «Erano giorni tranquilli, non si sentivano spari», dice la donna. Ma all’improvviso, dal nulla, Irina viene colpita da un proiettile. Il proiettile di un cecchino. «E nel ’94 – racconta ancora – rimango incinta nuovamente, di un maschio, che però al 9° mese di gravidanza muore.Il medico mi spiegò che aveva assorbito il mio stato mentale».Lo stato mentale di una persona fortemente traumatizzata.

Un altro uomo, un bosniaco sulla 50ina, costretto su una sedia a rotelle, racconta di quand’era 20enne, soldato e studente universitario. Il 3 marzo del ’95 era contento ed essendo una giornata primaverile uscì per fare una passeggiata, «il cielo era bello». Un cecchino lo colpì, condannandolo a non poter più camminare. «Siamo stati tutti uccisi dalla guerra, stiamo tutti lentamente morendo per queste ferite», dice. E non parla delle ferite fisiche.

Viene poi intervistato Edin Subašic, ex agente dei servizi segreti dell’esercito bosniaco, testimone molto importante, che riporta ciò che un soldato serbo di 20 anni fatto prigioniero dai bosniaci allora raccontò loro: «ci parlò di cinque stranieri, di cui 3 italiani – uno milanese -, diretti nel ’93 a Pale (cittadina a 17 km da Sarajevo, ndr) e con attrezzatura da caccia di lusso». Uomini arrivati anche «con auto di lusso, che dissero che pagavano per poter essere cecchini». Ed erano «scortati dalle forze speciali serbe».Allora «informammo SISMI e SISDE ma l’unica cosa che ci dissero, dopo mesi, e che tutto era stato bloccato e che non si sarebbero più ripetute queste azioni». Non fu così.

«Dio, se potessi vivere solo un altro giorno, per vedere il sole spuntare sulla Bosnia…», canta un gruppo di ragazzini bosniaci nel finale, seduti nei loro banchi di scuola. Un agrodolce canto di speranza. 

Quella che si è cercata di trasmettere a inizio e a fine serata a S.Spirito. In apertura, infatti, vi è stato il collegamento video con Andrea Baudino e Giuseppe Modica, autori e narratori del podcast “Blokada. Sarajevo, la civiltà sotto assedio”, prodotto da Bottega Errante Edizioni. «Fino a qualche anno fa sembrava incredibile – han detto – che in Europa ci fosse stata una guerra devastante come quella nei Balcani. Eppure, nel 2022 questo incubo si è ripetuto in Ucraina». Riguardo all’assedio di Sarajevo, gli abitanti di questa città «dalla sera alla mattina si son dovuti abituare a schivare i proiettili dei cecchini, a dover trovare acqua e a non trovare beni alimentari primari nei supermercati». Ma prima del ’92 Sarajevo era «una città multietnica e multireligiosa, aperta e inclusiva, e che veniva da decenni di florido sviluppo, come tutta la Jugoslavia». Gli abitanti di Sarajevo però trovarono il  modo di «resistere: sono stati oltre 2mila gli eventi culturali negli anni dell’assedio». E riguardo a Gabriele Moreno Locatelli – ucciso da un cecchino sul ponte Vrbanja a Sarajevo il 3 ottobre 1993 e a cui era dedicata la serata -, i due autori lo hanno definito «un faro, la concretizzazione del pacifismo concreto langeriano».

Dopo la proiezione del documentario è stata proiettata la videointervista realizzata da Alberto Mion del Cinema Santo Spirito (e organizzatore della serata) a don Renato Sacco, prete della diocesi di Novara, ex coordinatore nazionale di Pax Christi e testimone diretto di uno degli episodi più straordinari di quegli anni: la Marcia dei 500. Marcia a cui parteciparono, fra gli altri, anche don Tonino Bello, don Albino Bizzotto dei “Beati i costruttori di pace”, Eugenio Melandri e mons. Luigi Bettazzi. «Non avevamo altra possibilità che l’indignazione», ha detto don Sacco. «L’ultimo giorno a Sarajevo abbiamo visitato una chiesa cattolica, una ortodossa, una moschea e la sinagoga», segni della Sarajevo di pace. «La guerra non è un destino ineluttabile, si possono scegliere strade di pace», ha aggiunto. «Gli eserciti di domani saranno questi uomini disarmati», disse don Bello in quell’occasione. «Si trattava – ha ripreso don Sacco – di un tentativo di dar carne al sogno del profeta Isaia»: «essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro e le loro lance in falci» (Is 2,4). «Venivamo considerati dei matti, come oggi matti vengono considerati gli uomini e le donne della Global Sumud Flotilla» dirette a Gaza, «nonviolenti come noi. È incredibile che venga criticata la Flotilla e non chi produce e vende armi… Non abituiamoci alla guerra!», il suo grido finale, più che mai urgente.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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(Foto tratta dal doc. “Sarajevo Safari”)

Competizione e culto dell’eccellenza: se la scuola pubblica diventa un’azienda

29 Mag

Presentato il libro “Contro la scuola neoliberale”: l’INVALSI è un sistema di valutazione nazionale fortemente astratto e strumentale che pone in competizione tra loro scuole, studenti e territori

La scuola è stata «ridotta a un’azienda», «governata in senso privatistico», il capitalismo è «entrato totalmente nelle nostre classi», stravolgendo il modo di pensare e di parlare di molti. È questa la dura accusa che lo scorso 20 maggio nella libreria Libraccio di Ferrara ha lanciato Rossella Latempa, docente e e una delle autrici del libro collettaneo “Contro la scuola neoliberale”, libro presentato con Antonio Ferrucci e Silvia Giordano in un incontro organizzato in collaborazione con Usb Scuola. Il volume nasce dall’esperienza di “Consigli di classe”, collettivo culturale composto da docenti della scuola e dell’università di cui fanno parte le autrici e gli autori (insegnanti, ricercatori, studiosi) dei saggi qui raccolti.

Che la visione neoliberale (o neoliberista) abbia invaso anche la formazione, per Latempa lo si evince guardando come l’OCSE ha rappresentato l’istruzione: «una scalata individuale dello studente verso la vetta del successo personale». Un’immagine molto emblematica. A cambiare – come sempre accade – è stato innanzitutto il linguaggio: un «linguaggio economico» che ci porta a parlare di «economia dell’educazione», di «capitale umano» e dei docenti come «commessi del capitale umano», mentre a decidere sono i cosiddetti “esperti”. Le trasformazioni della scuola in senso neoliberale – una vera e propria «fase regressiva» – vanno avanti da anni, a partire da metà anni ’90, «e spesso in maniera strisciante, non organica». Ed è stato un processo «del tutto trasversale alle forze politiche» – centro-destra e centro-sinistra. “Riforme”, queste, compiute «nel segno della modernizzazione e dell’innovazione, strumentalizzando parole d’ordine della fase progressiva della scuola», attuando un vero e proprio «rovesciamento delle parole», del loro senso profondo. Il caso dell’azienda Leonardo è molto interessante sotto questo punto di vista. Leonardo – prima azienda europea nella produzione di armi – continua a proporre la sua trappola chiamata “Officina Leonardo”, vale a dire percorsi di inserimento lavorativo per neodiplomati in Campania: ciò, per Latempa rappresenta «l’approdo di un lungo percorso che in tanti han sottovalutato o ignorato, e di cui Valditara è solo l’ultimo tassello in ordine temporale».

L’autrice ha poi scelto l’INVALSI come fulcro di questo processo di aziendalizzazione della scuola. L’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione) è l’ente pubblico che valuta la presunta qualità della scuola italiana e con INVALSI si indicano anche i test – fortemente standardizzati – che gli studenti della nostra penisola sono obbligati a svolgere. Ma è più di un test, è «il cuore della scuola neoliberale», che «pone tra loro in competizione studenti, scuole e territori», «descrivendo lo studente in termini di efficacia ed efficienza», per formare «capitale umano in vista del suo inserimento nel mercato». Insomma, si tratta di uno strumento che «risponde a un modello matematico di profilazione dello studente, con un “centro” – “l’eccellenza” – fino ad arrivare ai “margini”». Un modello che ricorda quello del Six Sigma, usato per la prima volta negli anni ’80 del secolo scorso da Motorola per l’efficientamento nella gestione aziendale. È la rappresentazione perfetta dell’idea neoliberista secondo cui «non esiste nulla di non misurabile». 

Il sistema INVALSI è stato presentato nel 2008 – quando Ministra dell’Istruzione era Maria Stella Gelmini (ex Forza Italia ed ex Azione) – da tre economisti: Giorgio Vittadini, Daniele Checchi e Andrea Ichino, i primi due dell’Università di Milano, l’ultimo dell’Ateneo bolognese. Ricordiamo che Vittadini è tra i fondatori della Compagnia delle Opere di CL. INVALSI crea un vero e proprio profilo digitale» dello studente, un profilo personale molto dettagliato, invasivo potremmo dire. Aspetto che «l’Intelligenza artificiale potrà solo peggiorare». E lo studente «non potrà mai venire a conoscenza di come si è svolta una valutazione che lo riguarda». Per cui, la certificazione INVALSI è a tutti gli effetti un «diploma parallelo» a quello classico, «che illude molti genitori che il futuro lavorativo» dei propri figli possa dipendere da questa astratta misurazione. Misurazione fatta – tra l’altro – con soldi pubblici che potrebbero essere spesi in altri modi, ad esempio per stabilizzare i tanti precari della scuola e per aumentare gli stipendi dei docenti.

«Contro questa scuola del capitalismo serve un’alleanza tra studenti, insegnanti e genitori», ha aggiunto Latempa. Un auspicio, per una rivoluzione culturale profonda.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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(Foto: Masi – Pexels)

Una Chiesa «dinamica» fatta di tanti volti e storie

27 Mag

Presentato a Casa Cini il libro di Gian Pietro Zerbini sui primi 40 anni dell’unione tra Ferrara e Comacchio: tanti i ricordi agrodolci, sempre guardando al futuro

Aneddoti, racconti scherzosi e ricordi commoventi: è stato un incontro ricco di emozioni quello svoltosi lo scorso 21 maggio a Casa Cini in occasione della presentazione del nuovo libro di Gian Pietro Zerbini “La Chiesa di Ferrara-Comacchio nei suoi primi quarant’anni 1986-2026”. Tante, infatti, sono le emozioni vissute dalle nostre comunità in questi 40 anni, raccolte da Zerbini in 35 anni di lavoro  a “La Nuova Ferrara”, e ora una loro selezione presente in questo volume edito da CEDOC SFR (Centro documentazione della parrocchia di Santa Francesca Romana) come Quaderno n. 57. La prefazione è affidata a don Andrea Zerbini, direttore del CEDOC.

Dopo l’introduzione del nostro Direttore mons. Massimo Manservigi, è intervenuto il  vescovo mons. Gian Carlo Perego, il quale ha sottolineato come la nostra Chiesa locale nel 1989 e a inizio anni ’90 fosse, anche allora, «una Chiesa che guardava al futuro», con «le prime riflessioni sulle unità pastorali e un rapporto nuovo tra Chiesa e società»: la Chiesa, infatti, «non è una realtà statica ma dinamica, che si rapporta di continuo con la Storia e in questo rapporto sempre si ripensa». Fra gli eventi di quel periodo non affrontati su “La Nuova Ferrara” ma molto importanti per la neonata Diocesi, mons. Perego ha ricordato la nascita deiConsigli pastorale e presbiterali diocesani, la ristrutturazione della Curia, la divisione in vicariati, la nascita dell’ISSR, la Lettera del Vescovo Maverna Desiderio desideravi del 1994 (nome poi ripreso da papa Francesco come Lettera apostolica nel 2022), l’arrivo dei Ricostruttori nella preghiera a Pomposa, l’unione delle AC di Ferrara e Comacchio.

Zerbini  – che ha invitato anche il Prefetto Marchesiello per un breve saluto introduttivo – ha poi ricordato gli esordi a “La Nuova Ferrara”, il fatto che conoscesse, allora, metà dei sacerdoti diocesani, «quindi ero favorito…», e al fatto che avesse tre famigliari sacerdoti (don Andrea Zerbini, mons. Giulio Zerbini e donAntonio Bentivoglio), aspetto, questo, invece «non sempre facile da gestire». In ogni caso, quello di seguire l’Arcidiocesi «è sempre stato un compito interessante», ha aggiunto. «I temi principali di oggi sono gli stessi di allora: i poveri, i migranti, le missioni. E il Vangelo dev’essere sempre la nostra guida, la nostra bussola».

Zerbini ha poi raccontato alcuni aneddoti che hanno reso l’incontro profondo e al tempo stesso leggero. Come quello riguardante la notizia della visita di papa Giovanni Paolo II a Ferrara-Comacchio, con un’impiegata delle Poste che ricevendo le copie della “Voce” da spedire scopre lo scoop sull’arrivo del pontefice, notizia che quindi comunica subito a una sua conoscenza della “Gazzetta di Ferrara”, mentre la Diocesi voleva dare lo scoop al nostro Settimanale diocesano. O, sempre in quell’occasione, lo «scherzo» che il card.Tonini fece aggiungendo la tappa argentana con la visita del papa alla tomba di don Minzoni – presente anche il presidente della Repubblica -, o la benedizione della prima pietra di quello che diventerà l’Arcispedale di Cona. Un altro aneddoto riguarda mons. Perego: «l’ho intervistato nel Seminario di Cremona prima della Messa solenne di ordinazione episcopale» nel maggio ’17. «E in quell’occasione gli ho consegnato la figurina di Gabriele Cantagallo, portiere della SPAL negli anni ’60, figurina datami dallo stesso Cantagallo come dono a mons. Perego dopo aver saputo che la cercava perché quand’era bambino era l’unica mancante per completare il suo album dei calciatori Panini». E ancora, un gesto di umanità in una situazione di estremo dolore: nel ’19, la vicinanza di mons. Perego alla madre di Adriano Bianco, giovane morto a Ferrara poche ore dopo la laurea. Oltre al ricordo dei singoli vescovi di questi quattro decenni, Zerbini ha omaggiato don Patruno, «prete capace di far ponti tra mondi diversi», oltre a don Samuele Gardinale, padre Silvio Turazzi e mons. Giulio Zerbini. 

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Per il prezzo della copia cartacea, contattare il Cedoc.

Il libro si può scaricare in pdf qui: http://santafrancesca.altervista.org/materiali/quad57.pdf

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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«Ognuno è guardato, amato, scelto e benedetto da Gesù»

26 Mag

“Chiesa casa di tutti”: il 23 maggio il secondo incontro nella parrocchia dell’Addolorata

Lo scorso 23 maggio nella parrocchia dell’Addolorata di Ferrara è in programma il secondo dei quattro incontri dell’iniziativa diocesana “Chiesa casa di tutti”, promossa dagli Uffici diocesani catechistico e per la pastorale familiare assieme al gruppo “Famiglie in cammino – Ferrara”. Il 23 la meditazione è stata  su Mt 4,18 – 5, 16 ed è stata proposta da Paolo e Chiara Mantovani (foto), una delle coppie di coniugi promotrici delle “Famiglie in cammino – Ferrara”, genitori cristiani di persone LGBTQ. Una trentina i partecipanti a questo secondo incontro (gli altri due saranno a settembre e a ottobre).

«Quella delle “Famiglie in cammino” – ha raccontato la coppia – è un’esperienza che per qualche anno abbiamo vissuto nella Diocesi di Bologna. Un interessante percorso di aiuto e di ascolto della Parola, che per noi è stato molto importante. La nostra vita nella Chiesa – hanno proseguito i due – è stata, fra l’altro, nell’Agesci e in alcune esperienze di spiritualità ignaziana, sia nella Diocesi di Bologna che a Ferrara, con gli EVO».

I due hanno poi proposto un commento delle letture del Vangelo scelte, la chiamata dei primi discepoli e le beatitudini: «importante è il seguire Gesù – han detto – ma ciò è un’iniziativa che parte da Lui, non da chi è chiamato». Chiamati che non rispondono con le parole, «ma con i gesti, con la vita». In questa storia «c’è anche la storia di ognuno di noi, chiamati allo stesso modo nella propria particolare situazione». Tante volte, invece, «pensiamo di essere lontani da Dio o di giudicare altri come lontani da Dio». Al contrario, «ognuno di noi è guardato, amato, scelto e benedetto da Gesù, e ciò innesta nella nostra vita dei cambiamenti».

Inoltre, «i primi chiamati da Gesù sono tra loro fratelli di sangue, ma ciò a cui sono invitati – come lo siamo noi – è di andare oltre questo specifico legame, verso una fratellanza più grande».

Strettamente connessa a questa scelta da parte di Gesù, vi sono le beatitudini, grazie alle quali pienamente comprendiamo come «Dio sceglie come alleato qualcuno a cui manca il fiato, che è afflitto, fragile, limitato». Al contrario, «se ci illudiamo di non avere limiti, tendiamo a voler occupare tutto e quindi non possiamo incontrare né l’altro né Dio». Ma Dio – che per sua natura è senza confini – s«i è fatto confine per poterci incontrare». Così, le beatitudini «sono ferite che diventano feritoie». Il progetto di Dio è più «profondo e delicato» di quel che spesso possiamo pensare: «il primo sguardo di Gesù non si posa mai sul peccato della persona ma sul suo dolore e sul suo bisogno». Gesù, quindi, «non mi chiede di essere diverso da come sono». Ciò che Dio ci offre è qualcosa di «liberante», ma «non è facile accettare questa proposta, perché Dio parte dalle mie fragilità e quindi innanzitutto è queste che devo saper accettare, senza chiudermi nelle mie paure e nei miei pregiudizi».

Il pomeriggio si è concluso – come il primo – con la divisione dei presenti in gruppi per  condividere le riflessioni maturate in un momento di raccoglimento personale. Il momento finale di condivisione è stato il suggello di un altro pomeriggio all’insegna dell’apertura all’altro, della ricerca di sé nell’incontro col prossimo.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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Concerti in piazza Ariostea, tante le violazioni accertate

25 Mag

A due settimane dall’inizio del Ferrara Summer Festival, il Comune non ha ancora presentato i documenti per avere il via libera dalla Soprintendenza. I residenti ci spiegano tutte le violazioni ai danni dei cittadini e del patrimonio. E la stessa Soprintendenza nel 2022 sollevò forti critiche, ignorate dal Ministero allora guidato da Dario Franceschini

di Andrea Musacci

L’edizione 2026 del Ferrara Summer Festival (FSF) in programma dal 13 giugno al 26 luglio (per un totale di almeno 19 serate musicali, più due da confermare) nella centrale piazza Ariostea, potrebbe essere a rischio. A meno di un mese dall’inizio, infatti, Comune e organizzatori non hanno presentato la documentazione necessaria e, di conseguenza, la Soprintendenza non può dare il proprio parere sulla fattibilità dei concerti in quello che è un luogo «di interesse storico e artistico» secondo un D.M. del 1999. A rendere nota la situazione, una 50ina di residenti rappresentati dall’avv. Francesco Vinci, che hanno scoperto l’assenza dei permessi solo dopo una complessa vicenda amministrativa. A inizio dicembre, infatti, avevano presentato un’istanza di accesso agli atti, ignorata dal Comune tramite silenzio-diniego. I richiedenti hanno quindi fatto ricorso al TAR, che ha condannato l’ente pubblico all’ostensione dei documenti. Solo una volta ottenute le carte, i firmatari hanno potuto accertare la mancanza delle autorizzazioni. 

IRREGOLARITÀ / 1: LA RICHIESTA LA DEVE FARE IL COMUNE, NON BUTTERFLY

La Soprintendenza, dunque, non può dare il proprio parere perché il Comune non ha ancora inoltrato la richiesta di autorizzazione ai concerti: la richiesta è stata, infatti, inoltrata dall’Associazione Musicale Butterfly, organizzatrice dei concerti. Si tratta di un’«illegittimità dell’intero procedimento autorizzativo per difetto di legittimazione dell’istante». Per legge, infatti, la Soprintendenza può dialogare solo col Comune in quanto titolare pubblico del territorio. L’Associazione Butterfly, soggetto privato, non ha il potere legale di attivare questa procedura. 

Leggi l’articolo intero qui.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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Papa Prevost, «Leone mite che prova a calmare i bulli di questo mondo»

23 Mag
@Vatican Media

UN ANNO CON PAPA LEONE XIV. Al Cinema Santo Spirito  di Ferrara l’intervento di Andrea Monda, Direttore de “L’Osservatore romano”: «nell’epoca walkie-talkie ci insegna la bellezza del saper ascoltare davvero l’altro»

di Andrea Musacci

Lo scorso 11 maggio al Cinema Santo Spirito di Ferrara si è svolto un incontro dedicato al primo anno di pontificato di papa Leone XIV. L’incontro è stato promosso dall’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio, dal Cinema stesso e dall’Associazione Cattolica Esercenti Cinema, in sinergia con Vatican News – Radio Vaticana e Libreria Editrice Vaticana del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede. Presenti una 70ina di persone. Per l’occasione, Andrea Monda, Direttore de “L’Osservatore romano”, ha dialogato col nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e l’evento è stato moderato dal vicario generale mons. Massimo Manservigi. È stato presentato il libro “La forza del Vangelo. La fede cristiana in 10 parole” (LEV – Libreria Editrice Vaticana), antologia di testi di Papa Prevost che presenta dieci parole-chiave del cristianesimo per il nostro tempo, insieme al libro appena uscito “Liberi sotto la grazia”, sempre della LEV, che raccoglie testi scritti da Robert Francis Prevost quando era priore degli agostiniani. L’incontro è stato preceduto dalla visione di alcuni estratti dei documentari “León de Perú” e “Leo from Chicago,” prodotti dal Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede (e interamente visibili su You Tube), che raccontano la vicenda biografica e spirituale di Prevost a Chicago e in Perù.

Durante la serata, Monda in risposta a una domanda sui temi sociali – da cui il nome scelto in onore a Leone XIII – ha parlato dell’Intelligenza artificiale come la “res nova” e ha accennato al fatto che forse la prossima, prima Enciclica di Leone XIV, toccherà questo tema.

LA VITA IN PELLICOLA

Ma innanzitutto, un accenno ai due sopracitati spezzoni dei documentari. Il primo, sull’infanzia e la giovinezza di Robert F. Prevost raccontata dai fratelli Louis e John. Un ritratto del futuro papa e dei suoi Stati Uniti d’America nei suoi tratti più iconici: il baseball, le bistecche e gli hamburger («ma il venerdì mangiavamo pesce»), i piccoli Prevost «cresciuti nella Chiesa», la domenica a Messa, una fede semplice e profonda tramandata come un fuoco da mantenere sempre vivo. «La prima cosa che ho scoperto di lui – dice un fratello di Robert Francis – era che voleva diventare prete». Un sogno, per le madri di una volta. La mamma Mildred Agnes (nata Martínez), gli affetti, quindi, la casa: quella villetta come tante, situata al civico 212 di East 141st Place a Dolton, nei sobborghi di Chicago, che ora accoglie nel piccolo spazio antistante un pannello con l’immagine del pontefice e l’indicazione che lì nacque e crebbe, come si fa per i santi e per i personaggi storici. In questa umile casa, lui piccolo nella culla spesso “parcheggiata” nella sala da pranzo, e poi Robert Francis amante, ed esperto, di automobili, simbolo del viaggio, del partire, di mete lontane. 

Come quella che nel 1985, a 30 anni – e da tre anni sacerdote -, raggiunge per la prima volta: il Perù. Un Paese, questo, dove svolgerà la sua missione in diversi periodi (e di cui ha la seconda cittadinanza): 1985-86, 1988-99, 2014-23. Nel secondo documentario, vengono intervistati alcuni peruviani che lo hanno conosciuto: «lo abbiamo visto camminare qui, come una persona normale», perché una persona normale era, ed è, e lo si immagina passeggiare lì, in quelle strade di periferia, nei mercati rionali coi polli morti appesi da vendere, e su quella mula, altra immagine divenuta iconica un anno fa. Prevost che «vive col popolo, lotta col popolo», dice una signora ricordandolo con affetto e orgoglio, lui «uomo di poche parole e di molti fatti».

MONDA: «UOMO MITE SEMPRE IN ASCOLTO»

«Per il mio ruolo, sono in stretto contatto col papa», ha detto poi Monda. «Prevost l’ho conosciuto prima che diventasse pontefice, quand’era prefetto del dicastero dei vescovi». Monda ha ricordato in particolare un viaggio al seguito di papa Francesco, nel quale il card. Prevost «mi colpì perché a differenza degli altri cardinali non si faceva notare, non era vestito da cardinale ma da semplice sacerdote. Ed era taciturno, ma aveva una grandissima capacità di ascolto». Insomma, «abbiamo un papa che ha la grande virtù dell’ascolto, proprio ciò di cui ha bisogno il mondo». Una «virtù rara nel mondo “walkie-talkie” dove chi parla non deve, non può ascoltare l’altro…». E a tal proposito, Monda ha raccontato un altro aneddoto: «appena venne nominato prefetto del dicastero dei vescovi, convocò tutti i responsabili della comunicazione vaticana, me compreso, e ci disse “parlate, spiegatemi cosa fate”. E ci ascoltò in religioso silenzio. Di tutti i “ministri” dei dicasteri vaticani fu l’unico a convocarci, con la curiosità di ascoltarci per capire cosa facevamo».

Altra caratteristica del papa è di essere uno stakanovista: «lavora molto e ha una salute perfetta, dimostra vent’anni in meno». La domanda che Monda si pone, però, è: «ce la farà il mite Leone a calmare i bulli di questo mondo», come da ragazzino – raccontano i fratelli nel documentario – fece una volta in un bosco? Una mitezza e una capacità di ascolto tipici di una persona da sempre «innamorata di Gesù» e capace di dare valore alla Grazia: «per lui la fede non è uno sforzo titanico dell’uomo ma l’accogliere Gesù nella propria vita, la scoperta che il vero volto di Dio non è lontano dal nostro cuore».

«La pace sia con tutti voi!» furono le sue prime parole da papa. E qui, Monda ha iniziato la riflessione sul come «comunicare oggi parole eterne in un mondo frammentato com’è quello in cui viviamo. Papa Prevost in questo ultimo anno ha parlato tanto, ha fatto tanti discorsi pubblici ma con un linguaggio diverso da quello mainstream». E ha dimostrato «la forza della sua mitezza» per come, ad esempio, si è comportato nei confronti delle ripetute provocazioni del presidente Trump. Insomma, «il vero forte è Prevost, non l’arrogante che non riesce nemmeno a controllare la propria irruenza». La mitezza di Prevost ricorda il biblico «mormorio di un vento leggero»: quelle sue prime parole sullo «sparire perché rimanga Cristo» erano rivolte a chi ha ruoli di potere nella Chiesa, ma in realtà a ognuno di noi. Parole “scandalose” in un mondo «in cui invece tutti vogliono apparire» e in cui il piccolo, mite Prevost si trova «al centro, e attaccato anche dal presidente del proprio Paese…». Ma la sua mitezza «sta sconvolgendo questo sistema», un sistema sempre più fondato sulla guerra, nel quale i mercanti di armi si arricchiscono. Qui, proprio in questo mondo in crisi, quindi Prevost può essere un esempio per tutti, lui persona «umile e riservata, con una forte spiritualità perché con una forte fede». Una persona «disarmata e disarmante, umile e perseverante: in un modo in cui tutti pontificano, lui non “pontifica”».

MONS. PEREGO: «QUANDO PREVOST MI ACCOMPAGNÒ IN BIBLIOTECA»

Due, come detto, sono i libri di Papa Leone XIV presentati a S. Spirito. Ne ha accennato mons. Manservigi a inizio serata, delineando quelle che possono essere considerate le tre parole chiave di Prevost: Cristo, comunione e pace. «Cristo è il salvatore, in Lui siamo uno, in lui vi è l’unica pace che è conversione».

A fine incontro ha poi preso la parola il nostro Arcivescovo. «L’unica volta in cui l’ho incontrato – ha raccontato – fu a Roma all’Augustinianum» (il Pontificio Istituto Patristico Augustinianum): «mi trovavo lì per prendere alcuni libri di Simonetti su S.Agostino, allora incrocio un prete e gli chiedo come raggiungere la biblioteca. Mi dice “Mi chiamo padre Robert”». Prevost, ha proseguito il nostro Vescovo, «è figlio di migranti» e «la sua Chicago è la città dove arrivò Francesca Cabrini, la prima santa americana», sempre al servizio degli immigrati negli USA. «E papa Leone XIII fu il primo pontefice a scrivere ai cattolici statunitensi per indirizzarli sulle questioni sociali». Mons. Perego, dopo aver ricordato la formazione agostiniana dell’attuale papa, ha sottolineato come egli sia pontefice «in quest’epoca particolare della storia, nella quale lui parla di pace, di disarmo, di nonviolenza» e nella quale «ribadisce la scelta preferenziale per i poveri, nel segno di Puebla». Il riferimento è alla III Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano, tenutasi a Puebla, in Messico, nel 1979, in cui si adottò ufficialmente l’espressione «opzione preferenziale per i poveri». In conclusione, il Vescovo ha accennato al tema del linguaggio adottato da Prevost, prima affrontato da Monda, parlando dell’«attualità di Dio» intesa come tentativo continuo di capire «come oggi la Parola di Dio parla», quindi sul come coniugarla «con le azioni sociali nel nostro presente».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2026

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(Foto: Ricardo Stuckert / PR)

Piccole polis resistenti contro profitto e repressione: la rassegna “Alfabeti urbani”

21 Mag

A Ferrara si è svolta la rassegna di UniFe “Alfabeti urbani” con incontri sulle città contemporanee sempre più vittime della crisi ecologica, di logiche speculative e repressive. Ma nelle quali germogliano forme comunitarie e mutualistiche. E in un incontro, focus su Gaza: mancato collegamento con un pescatore lì residente a causa di un bombardamento israeliano. Lo Spin Time di Roma, i legami con la Chiesa e altre utopie concrete

di Andrea Musacci

Tre giorni di riflessioni sulle piccole e grandi trasformazioni delle comunità e quindi delle nostre città.Dal 14 al 16 maggio a Ferrara si è svolta la rassegna “Alfabeti urbani”, organizzata dal Dipartimento di Studi Umanistici – Laboratorio di Studi Urbani di UniFe, con il coinvolgimento di studentesse e studenti del corso di Scienze e Tecnologie della Comunicazione, e il contributo della rivista “Quants – Tempi Moderni”. Gli organizzatori sono i docenti Giuseppe Scandurra e Domenico Giuseppe Lipani, Antonino Princi, scrittore e docente, Chiara Tarabotti, regista teatrale, e Fabio Cuzzola, scrittore e docente.

CITTÀ SOMMERSE

La crisi climatica non è un discorso astratto o che riguarda terre lontane. È anche qui, dentro le nostre vite. Su questo ha riflettuto il 14 all’ex Teatro Verdi di Ferrara Alex Giuzio, che negli ultimi sei mesi assieme al fotogiornalista Michele Lapini e alla giornalista Zuza Nazaruk ha lavorato a un’indagine sull’adattamento all’innalzamento del mare tra l’Emilia-Romagna (Rimini e i Lidi ferraresi), il Galles (località Fairbourne) e l’Olanda (Rotterdam), grazie al sostegno del Journalismfund Europe. In mostra all’ex Verdi, anche alcune foto di Lapini.

«Sono 16mila i miliardi di dollari che entro il 2100 verranno spesi a livello globale contro l’innalzamento del mare», ha detto Giuzio. Nel 2018 il Centro nazionale oceanografico del Regno Unito (NOC) parlava di 14mila miliardi di dollari. Per questo motivo, «la Banca Mondiale ha deciso di difendere una località su tre a rischio». Una selezione ben poco naturale, risposta selettiva a una crisi ecologica che non solo non si ferma ma si radicalizza col passare degli anni. E le soluzioni proposte dall’alto seguono la stessa logica – ideologica – delle cause del problema: quella del mercato e del profitto. Si salvano i ricchi e i benestanti, coloro (pochissimi rispetto alle collettività) che ci guadagnano nelle località balneari più gettonate. Insomma, la crisi climatica è causata dalle disuguaglianze e dalla volontà di possesso e di dominio (nello specifico, anche «dall’urbanizzazione/bunkerizzazione delle coste») e la risposta che si dà acuirà queste disuguaglianze e questo atteggiamento predatorio. Senza contare che «i costi dell’energia sono in aumento e continueranno ad aumentare».

Basti pensare a Venezia, dove «per il Mose sono stati spesi 6,5 miliardi di euro», ha detto Giuzio. Almeno, però, Venezia è un gioiello di arte, cultura e architettura unico al mondo. Lo stesso non si può dire di Rimini, dove sono stati spesi 110 milioni di euro solo per il “Parco del mare”, «un progetto di rigenerazione urbana finalizzato in realtà anche a raccogliere l’acqua tramite due vasche sotterranee in piazzale Kennedy». E a proposito di Emilia-Romagna, la Regione «nell’ultimo quarto di secolo ha messo in atto diversi ripascimenti (spendendo, solo per l’ultimo, 23 milioni di euro)», quella tecnica, cioè, per posizionare artificialmente sabbia o sedimenti su un litorale eroso per ricostituire la spiaggia. Ma la spiaggia «deve rendere, quindi a essere salvate sono solo quelle più redditizie». La logica è solo quella «del turismo e del profitto», non della ricchezza ambientale e naturalistica. E «si ragiona solo col qui e ora: importante è che si riescano a piantare gli ombrelloni per la stagione». Da parte degli amministratori locali – che siano di centro-destra o di centro-sinistra (con alcune rare eccezioni) – «non vi è, quindi, lungimiranza, al massimo si danno un po’ di ristori solo dopo l’ennesima emergenza, per poi riprendere a cementificare». Bisogna, invece, «tanto gestire l’emergenza quanto progettare il futuro», per evitare – come detto – anche un aumento delle povertà e delle disuguaglianze sociali.

In conclusione, un accenno a Fairbourne, nel Galles, luogo sacrificato dal governo secondo questa logica, in quanto località poco abitata e non turisticamente attraente, quindi non redditizia. Nel 2054 sarà definitivamente abbandonata: «potrebbe quindi rappresentare quel che accadrà anche qui», nei nostri Lidi.

CITTÀ SORVEGLIATE

Sempre il 14, per “Alfabeti urbani”, di smart cities e Intelligenza artificiale (AI) ha riflettuto il giornalista Andrea Daniele Signorelli in dialogo con Federico Sardo (Direttore Editoriale “Quants”). La narrazione della smart city, per Signorelli si fonda sull’idea di sharing (quindi di “condivisione”) di auto, motorini e monopattini, per usare sempre meno l’auto privata. In realtà, «questi servizi di sharing non hanno sostituito l’auto privata ma l’utilizzo di mezzi pubblici», e perlopiù portando profitti a società private che offrono questo servizio. E vi sono «zone off limits» per questi mezzi in sharing: le periferie della città. Insomma l’obiettivo non detto di molte amministrazioni locali è quello di «non ampliare la rete dei mezzi pubblici» e di favorire poche aziende private. La smart city, quindi, secondo la narrazione che la sostiene è «una città intelligente, che integra in sé nuove tecnologie, sensori utilizzati per raccogliere dati e informazioni, per migliorare la gestione del territorio». In realtà, questa raccolta e successiva elaborazione di dati privati è la cosiddetta «AI predittiva», che mappa il territorio urbano cercando di eliminare ogni variabile dei comportamenti umani prevedendoli integralmente.

L’AI predittiva – molto diffusa in diverse città in USA e Cina, e sempre più anche in Europa – è dunque il «mezzo privilegiato delle società della sorveglianza», con ad esempio telecamere sempre più diffuse e che spesso permettono anche il riconoscimento facciale (si veda a tal proposito in particolare le società USA “Palantir Technologies” – fondata da Peter Thiel – e “Clearview AI”). Ma una società della sorveglianza è una società dove cittadine e cittadini, sentendosi osservati e temendo di essere schedati come “variabili non tollerabili”, finiscono per «autocontrollarsi», cioè per «autocensurarsi». Autocensura che avviene “dal basso”, cioè attraverso gli smartphone o «strumenti come Amazon Ring».

CITTÀ TURISTIFICATE

Un altro dispositivo che sempre più ridisegna le nostre città, mercificandole, è quello legato alla cosiddetta “turistificazione”. Di questo, il 15 Giangi Franz (Docente UniFe) ne ha parlato con Antonio Di Siena, autore del libro “Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano”. Nel volume, Di Siena tratta ampiamente della Grecia (dove ha vissuto), Paese nel quale dal 2008-2009 la troika UE (Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale) ha compiuto «la peggior macelleria sociale degli ultimi 80 anni in Europa». Un processo, pur in modo diverso, iniziato qui e altrove dagli anni ’90, «con crisi economiche, conseguente precarizzazione del lavoro, deindustrializzazione e turistificazione. Un filo rosso», un ordine non casuale, avvenuto nei Paesi euromediterranei (Spagna, Portogallo, Italia e appunto Grecia). Non a caso, in essi «la turistificazione esplode dal 2008-2009, col conseguente aumento dell’imposta di soggiorno e riforma della tutela delle locazioni». Un solo settore viene finanziato: quello del turismo, che in Grecia rappresenta oltre il 30% del PIL, e oltre il 10 in Spagna e Italia. La crisi, quindi, rappresenta «l’humus funzionale a questo sistema di sviluppo, liberando così un’enormità di asset immobiliari, da mettere a rendita trasformandoli in b&b e dando lavoro a tanti disoccupati». Lavori «sottopagati, a basso costo, non sindacalizzati», spesso in nero. Il sud Europa diventa così «il parco divertimento dei ricchi del nord del continente, soprattutto tedeschi, olandesi, svizzeri».

E gli Stati del Mediterraneo europeo diventano «Stati-merce», vale a dire «operatori di mercato, venditori» che vendono sé stessi, le proprie risorse culturali e naturalistiche, come fossero meri brand. Un vero e proprio processo di «musealizzazione» che «trasforma gli enti pubblici a ogni livello in enti di promozione turistica» e la cultura in «intrattenimento», con le città che diventano «parchi a tema». Altre conseguenze di ciò sono la «rinascita di rievocazioni storiche, la creazione dal nulla di retaggi del passato (si veda la “Notte della taranta”) e la competizione tra città e regioni per accaparrarsi più turisti possibili». Insomma, i luoghi devono diventare sempre più «attrattivi», trasferendo il governo dei processi democratici dagli abitanti ai turisti. Abitanti sempre più cacciati dalle loro città grazie all’aumento continuo dei prezzi delle case, e dunque degli sfratti. In Grecia, ha raccontato ancora Di Siena, «non si può nemmeno fisicamente protestare quando ci sono le aste immobiliari perché ora avvengono on line».

E in Italia il governo Meloni ha presentato il ddl sfratti che rende l’esecuzione più rapida, più opaca e meno difendibile: l’eliminazione dell’avviso di rilascio consentirà, ad esempio, all’ufficiale giudiziario di presentarsi senza preavviso, già dal giorno successivo alla scadenza del precetto. Una realtà già presente: si pensi a ciò che è successo a fine ottobre 2025 con lo sfratto in via Michelino 41 a Bologna di due famiglie con bambini piccoli dai loro appartamenti in poche ore. Famiglie con contratti in essere e affitti sempre pagati, che si sono viste recapitare un provvedimento di sfratto per finita locazione dopo la vendita dello stabile.

Anche Ferrara sta subendo gli effetti di questa gentrificazione/turistificazione: la nostra città, infatti, – ha riflettuto Franz, «30-40 anni fa è stata trasformata dall’ex Sindaco Roberto Soffritti in una città turistica. L’aumento vertiginoso degli studenti universitari, soprattutto dei fuori sede, ha fatto schizzare i prezzi degli immobili e sono aumentati i b&b», togliendo case a famiglie e lavoratici e lavoratori. Senza parlare del proliferare in centro di locali mangia&bevi, con l’omologazione dei negozi e la conseguente «banalizzazione» delle tradizioni culinarie e non.

CITTÀ OCCUPATE

Ben altre occupazioni subiscono da decenni i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, in una guerra, quella tra israeliani e palestinesi, che sembra infinita e nella quale uno dei rischi maggiori è che vengano sempre più soffocate le vere voci di pace, quelle che uniscono l’ascolto delle sofferenze delle persone da entrambe le parti alla lotta per la libertà di chi, come i palestinesi, dal ’48 è ammazzato o costretto a lasciare la propria terra. Di questo, della Nakba, il 15 (giorno della memoria di questo dramma), all’ex Verdi di Ferrara (per la tappa ferrarese di “Flotilla 100 porti 100 città”) ha parlato in collegamento streaming Luisa Morgantini, ex Vicepresidente del Parlamento Europeo e storica attivista per la pace e per i diritti del popolo palestinese: «tanti sono stati in questi decenni i palestinesi uccisi, i villaggi e le case distrutte dagli israeliani, per cancellarne la memoria e la presenza. Il disegno di Israele è fare dei territori palestinesi una colonia col furto e l’occupazione delle terre». Ma in Israele, ha sottolineato Morgantini, «esistono anche antisionisti, minoranze che criticano l’occupazione israeliana, la pulizia etnica e che quindi solidarizzano con i palestinesi». Da qui, dal dialogo tra chi vuole la pace, bisogna  ripartire.

Ma la guerra genocida di Israele continua e ha “lambito” Ferrara e il festival “Alfabeti urbani”: infatti, l’incontro in questione prevedeva l’intervento da Gaza di Zakaria Bakr, pescatore che vive a ovest di Gaza City, nel nord della Striscia. Ma è arrivata la notizia che l’esercito israeliano aveva bombardato un edificio vicino a dove vive Bakr. Poco dopo si è saputo che in quell’attacco sette persone sono state uccise e decine sono rimaste ferite nell’attacco che ha colpito anche un veicolo civile. Secondo una fonte all’interno del servizio ambulanze di Gaza, in forma anonima, che ha parlato con “Al Jazeera”, fra i morti ci sono tre donne palestinesi e un minore. La notizia del bombardamento vicino alla casa di Bakr l’ha data poco dopo in collegamento on line con Ferrara l’avv. palestinese Zaher Darwish, collegato da Palermo dove vive da 40 anni e lavora come sindacalista CGIL. Darwish ha poi accennato anche alla campagna di sostegno al popolo palestinese anche attraverso la raccolta di finanziamenti per l’ospedale di Gaza, «importante non solo per le cure mediche ma anche per l’aiuto psicologico alle persone». Israele, ha aggiunto «sta distruggendo i valori costituzionali e umani».

A seguire, ha portato la propria testimonianza Elettra Negrini, giovane ferrarese da poco stata su una nave della Global Sumud Flotilla (la sua testimonianza la trovate sulla “Voce” del 15 maggio scorso). Un contributo importante l’ha portato anche Alessandra Annoni, docente di Diritto Internazionale a UniFe, che ha denunciato come «molti Stati non hanno la volontà politica di reagire alle continue violazioni da parte di Israele del diritto internazionale» tanto a Gaza quanto in Cisgiordania. «Violazioni ci sono state anche da parte della Russia ai danni dell’Ucraina ma in quel caso perlomeno i Paesi occidentali hanno reagito con pacchetti di sanzioni contro Mosca». Oggi, quindi, «a livello globale sembrano non esserci più regole ma vince la legge del più forte».

CITTÀ LIBERATE

“L’utopia che abita la città. Esperienze dal Polo Civico Esquilino e Spin Time Roma” è stato il titolo del primo incontro del pomeriggio conclusivo (16 maggio) di “Alfabeti urbani”, moderato da Fabio Cuzzola. Lorenzo Teodonio e Martina Di Paolo sono venuti da Roma per raccontare l’esperienza del Polo Civico Esquilino (PCE) come «associazione di associazioni», all’insegna della «partecipazione civica e della trasformazione sociale». Attualmente sono 52 le associazioni aderenti al PCE, per un compito sempre più importante perché «aumentano povertà, fragilità sociale e marginalità». Chiara Cacciotti ha poi illustrato l’esperienza dello Spin Time (che fa parte del PCE), esperienza non solo di occupazione ma di autentica rigenerazione urbana: 140 le famiglie (ca. 400 persone) che risiedono nel palazzo di 10 piani, di cui 7 abitativi e gli altri per enti ed associazioni. Lo stabile è occupato dal 2013: storica sede dell’Inpdap, è stato poi acquisito dal fondo di investimenti immobiliari “Investire SGR”.

I residenti da sempre chiedono di essere regolarizzati, e si pongono come rivendicazione attiva e concreta per porre l’attenzione sull’enorme problema del diritto alla casa: «abbiamo fin da subito deciso di non barricarci ma di aprirci – ha spiegato Cacciotti -, mostrando la nostra funzione sociale e culturale», con tanti servizi, associazioni e iniziative, anche all’insegna dell’«economia circolare». Insomma, un luogo permeabile e al servizio della città, un «presidio sociale» per «restituire» a questa l’edificio, «un’istituzione costituente», per citare Castoriadis. Cacciotti ha poi citato l’episodio del maggio 2019 con l’allora elemosiniere del Papa, card. Krajewsky che si cala nel tombino per riattaccare la corrente e riportare la luce che era stata volontariamente staccata. Achiamarlo fu suor Adriana Domenici, religiosa che vive lì, e ci vive in maniera attiva, «essendo stata lei la prima ad aprire Spin Time alla città». Anche don Mattia Ferrari, cappellano di bordo di “Mediterranea”, è amico di Spin Time. E lo scorso ottobre lo Spin Time ha ospitato il V Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari (EMMP – Encuentro per Papa Francesco), all’insegna delle tre T (Terra, Techo e Trabajo – Terra, Casa e Lavoro).

A seguire, incontro con Gianluca Pittavino (Askatasuna), Marina Boer (Mamme del Leoncavallo), Beatrice Tabacco (Ricercatrice), Carola Peverati (Cittadini del mondo), Francesco Ganzaroli (Resistenza) e Fabio Cuzzola (Alfabeti Urbani) su “Centri sociali e dintorni: tra riorganizzazione e repressione”. Da qui sono emerse «esperienze di trasformazione che resistono alle trasformazioni della città», modi di «applicare le utopie ai meccanismi reali dell’esistenza». Riguardo a Ferrara, Peverati ha parlato dei recenti sgomberati del Grattacielo come di una «forma di remigrazione», contrapponendo, ad esempio, l’esperienza ormai storica di Cittadini del mondo, che ora ha 256 iscritti al proprio corso per stranieri, compiendo – come anche La Resistenza -, un’opera di mutualismo dal basso, nonostante gli sfratti che entrambi han subìto dall’Amministrazione comunale.

L’ultimo incontro del Festival ha visto l’intervento di Alfredo Morelli (Docente UniFe)  sul tema  “Contro lo spaziocidio: per una nuova controcultura urbana”. Nell’epoca del «salto antropologico» che, a causa anche dell’AI e dell’automazione, ci porta nell’«oltreumano», le uniche forme di resistenza sono quelle anche qui sopra descritte, vale a dire «esperienze plurali di piccole polis, possibili laboratori per il futuro che sfidano il potere negli interstizi».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2026

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(Foto “Alfabeti urbani”)

Grattacielo, i residenti: «bilanci gonfiati, nostro debito è molto inferiore»

19 Mag

Sarebbe di 660mila euro e non di 1.400.000 euro il debito dei condomini del Grattacielo di Ferrara. A denunciarlo sono Daniele Pachera e Filippo Calafato, rappresentanti del Comitato dei Condomini per la Trasparenza del Grattacielo, dopo l’incontro dello scorso 15 maggio nella sede dello Studio di Francesco Donazzi, amministratore condominiale. «Le risultanze – dichiara Pachera – hanno sollevato interrogativi ancora più inquietanti sulla gestione finanziaria del Grattacielo». Il Comitato denuncia «una discrepanza contabile colossale che getta un’ombra pesante sulla trasparenza dei bilanci passati. Nel corso dell’ispezione – spiegano dal Comitato -, l’Amministratore ha consegnato due versioni contrastanti della situazione debitoria: un prospetto basato sui bilanci approvati che indica un debito di 1.400.000 euro; e un prospetto definito “effettivo” che indica invece un debito di 660mila euro. A fronte di una differenza di ben 740mila euro, alla richiesta di chiarimenti da parte mia – spiega Pachera – l’Amministratore ha risposto testualmente che “nei bilanci approvati si maggiorano sempre le spese per sicurezza”. «È una dichiarazione scioccante – commenta Pachera –, si ammette candidamente che i bilanci sottoposti all’approvazione dei condomini contenevano cifre gonfiate rispetto alla realtà. Ricordiamo che inizialmente si parlava di un debito di oltre 2 milioni di euro: sembra che sotto la pressione della nostra azione legale e mediatica, questo debito diminuisca ogni giorno. Dove sono finiti i soldi versati dai condomini se il debito reale è meno della metà di quello dichiarato?».

Ma non è finita qui: «Nonostante lo Studio Donazzi non abbia ancora consegnato le fatture e i giustificativi di spesa (promessi per il prossimo 21 maggio)», il Comitato spiega: «emergono indiscrezioni clamorose a seguito di una serie di telefonate interlocutorie e sondaggi informali avviati per verificare la reale entità delle pendenze con i creditori. Le risposte ricevute da alcune delle ditte inserite nell’elenco dei debiti farebbero ipotizzare che le fatture emesse e le somme che i fornitori realmente avanzano corrispondano a meno della metà rispetto a quanto riportato nel prospetto dei debiti “effettivi” esibito dall’amministrazione. Una discrepanza enorme che, se confermata dai documenti ufficiali, farebbe crollare definitivamente il debito milionario dichiarato».

E Pachera interpella nuovamente il Sindaco Alan Fabbri: «il 16 maggio ho inviato una nuova PEC urgente al Sindaco sollecitando un tavolo di confronto per la mattina del 21 maggio, dato che la precedente richiesta del 12 maggio è rimasta a tutt’oggi priva di riscontro. L’intervento del Comune è ormai urgente su più fronti. Dai conti forniti dall’amministratore, il Comune, essendo condomino per circa 50 millesimi, risulterebbe debitore di circa 10mila euro. Ma se le spese reali sono gonfiate del doppio, si sta chiedendo all’Ente pubblico di versare denaro dei contribuenti in eccedenza». Infine, «il timore più grande» dei condomini è che «lo stallo amministrativo possa compromettere la raccolta delle prove». Di qui il rinnovato appello «alla Procura della Repubblica di Ferrara affinché intervenga con la massima celerità», conclude Pachera. «Chiediamo che i Magistrati diano tempestivo incarico alla Guardia di Finanza per sequestrare e cristallizzare la documentazione contabile presso lo Studio Donazzi, prima che i faldoni e i giustificativi di spesa del periodo 2018-2023 possano essere modificati, occultati o fatti sparire». Infine, spiega Pachera, «entro maggio chiameremo a rispondere l’amministratore del condominio per le gravissime irregolarità gestorie, i bilanci alterati e l’ostinato occultamento dei registri obbligatori, a partire dal Registro di Anagrafe Condominiale».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2026

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Il dramma della parola, tra kerygma e complessità

16 Mag

Scuola di teologia per laici (Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio), ecco di cosa si è parlato nelle ultime due lezioni dell’anno

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La parola umana tra “eccedenza” dell’altro e infinita fecondità

La parola come dramma che distingue l’umano da ciò che umano non è, come ciò che lo rende «divino». Su questo lo scorso 5 maggio ha riflettuto Matteo Bergamaschi nella lezione della Scuola diocesana di teologia per laici. Tema, “Il dialogo, dimensione costitutiva dell’uomo (Es 3, 13)”. Bergamaschi è docente stabile presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (sezione di Torino) e docente invitato presso la Pontificia Università Salesiana di Torino.

Fra umano e non umano per Bergamaschi c’è una «differenza qualitativa» rappresentata appunto dalla capacità del primo di comunicare attraverso la parola. L’approccio teorico per comprendere questa specificità non è quello della cosiddetta «teoria dell’informazione, che usa un modello matematico per cui l’informazione è misurabile», ma quello centrato sull’esperienza della parola, che mette davvero in luce l’umano». Bergamaschi, citando un libro di Silvano Petrosino – filosofo della comunicazione – dal titolo “L’esperienza della parola”, ha spiegato come l’umano a differenza dei non umani «fa esperienza dell’altro in quanto altro», in quanto qualcosa che «sempre gli sfugge, sempre eccede». L’altro dunque «non è evitabile e non è dominabile, non è riconducibile a quanto so già». Nell’incontro con l’altro «faccio quindi esperienza di non saper bene cosa dire», perché «sperimento che l’altro eccede sempre il mio sapere e il mio potere». Di conseguenza, «siamo sempre chiamati a un lavorìo sul nostro linguaggio, sul nostro modo di esprimerci», su quella «comunicazione impossibile» con l’altro. 

In questo senso, la Bibbia «è grandiosa» perché «associa questa condizione anche a Dio»: quando Egli si deve relazionare all’uomo, infatti, «comprende che ciò non è scontato»: insomma, anche Dio «sperimenta la nostra alterità». Per dirla con Levinas, «sotto il detto, il contenuto veicolato, c’è un dire, un’apertura, l’essere esposti all’alterità dell’altro». E ciò è «un dramma», perché l’apertura in quanto tale «non dà garanzie, contraddicendo quindi ogni «retorica dell’apertura e del dialogo come qualcosa di scontato e immediato». È da qui, da questa intrinseca complessità e «difficoltà nel dirci all’altro, che nascono le arti e la letteratura», cioè che «nasce un’infinita fecondità». Insomma, al di là del giusto limite del linguaggio riconosciuto da Gadamer, di «non poter esistere al di fuori delle lingue storicamente esistenti», ogni comunicazione, ogni opera artistica o letteraria produce «infiniti sensi al di là delle intenzioni del soggetto che comunica»: una volta che comunichiamo, «non siamo più possessori del significato di ciò che comunichiamo». Insomma, «non siamo detentori di una verità, non potendo non dar vita a proficui fraintendimenti». Ciò non è un limite ma anch’essa «una condizione di fecondità».

Fecondità che incontra un solo limite non negativo: quello del «silenzio dell’adorazione», che è un «silenzio dialogico», «la quintessenza della parola, prima e oltre di qualsiasi dire».

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Come annunciare il kerygma? «Serve narrazione e creatività»

Il 7 maggio si è svolta l’ultima lezione dell’anno della Scuola diocesana di teologia per laici, lezione sul tema “Annunciare la salvezza. «Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso» (Rm 10,11)”. Relatrice è stata Annalisa Guida, docente di Nuovo Testamento presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e presidentessa della Rivista “Parole di Vita”.

«Oggi – ha esordito la relatrice – annunciare il Vangelo è difficile perché mancano i presupposti: la cultura cristiana non è più cultura condivisa». La scommessa quindi è particolarmente interessante perché «ci obbliga a ricollocarci in un contesto in cui non siamo più maggioranza», per cui quello che comunichiamo «torna in un certo senso a essere una novità per molti». Può essere quindi, questa, «un’occasione per mettersi in discussione e per capire, ripartendo dalla fonte della nostra fede, come poter comunicare in maniera più creativa». Oggi – per Guida – «Gesù si racconta anche con forme comunicative diverse, ad esempio attraverso una fiction com’è “The Chosen”, interessante perché racconta Cristo attraverso gli sguardi di chi l’ha incontrato». Riscoprire la Parola di Dio significa innanzitutto «riscoprire qualcosa su cui come credenti non sempre riflettiamo abbastanza», cioè che «la dimensione comunicativa non è uno sfizio ma lo specifico del Dio della Rivelazione ebraico-cristiana», un Dio che «crea attraverso la Parola». Ma se la dimensione comunicativa è lo specifico di Dio allora «è anche costitutiva dell’essere umano»: infatti, «anche questo significa essere a immagine e somiglianza di Dio».

Ma come venne raccontato Gesù prima che le comunità cristiane potessero avere a disposizione quello che è il Nuovo Testamento? Nei primissimi decenni, «il kerygma è stato narrato tramite l’oralità, non tramite scritti» e Gesù stesso non ha lasciato nulla di scritto, era «un predicatore itinerante che dell’oralità faceva un tratto distintivo». Inoltre, le lettere di Paolo sono degli anni 50 ca. e il Vangelo più antico, quello di Marco, non è stato scritto prima del 65. Per capire come nei primissimi decenni dopo Cristo è stato annunciato il kerygma, la relatrice ha scelto di analizzare 1 Cor 15, 3-5: «Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io – scrive Paolo -, che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture; che apparve a Cefa, poi ai dodici»: questa è «la forma primitiva del kerygma, il cuore dell’annuncio». Annuncio che, ora come allora ha e avrebbe avuto bisogno di domande, di chiarimenti, per capire il perché di questa attrazione inimitabile per la sua persona. Unica fonte che ci riporta i discorsi kerygmatici dei primi discepoli sono gli Atti degli apostoli (At 2, At 10, At 17): «l’elemento ineliminabile di questa predicazione è la resurrezione». In particolare Atti 10, 34-43 (il discorso di Pietro presso Cornelio) può essere anche oggi «il più consono per annunciare il kerygma»: insomma, «la forma biografico-narrativa è la forma più adatta, dando un’identità a ciò che racconta, rendendo presente l’assente».

Andrea Musacci

Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026

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(Foto Pexels – Grzes Zadykowicz)

Luce e dolore: la “Trasfigurazione” di Raffaello e la cura dell’altro nel nuovo libro di Piero Stefani

15 Mag

Nel suo ultimo libro Stefani riflette sul capolavoro del «divin pittore», fra arte e Vangelo

di Andrea Musacci

A vegliare le spoglie mortali di Raffaello Sanzio, accanto al letto nello studio di via del Borgo a Roma, vi era una sua opera, l’ultima da lui realizzata: la Trasfigurazione. L’estrema parola – potremmo dire – dell’artista, suggello di un’esistenza e anticipazione dell’Eterno. A quest’opera è dedicato il nuovo libro di Piero Stefani, dal titolo Trasfigurazione. Lettura evangelica dell’ultima opera di Raffaello (Pazzini Editore, 2026, collana Arti e Teologie), con prefazione di Guido Bertagna, teologo gesuita, artista ed esperto di giustizia riparativa.

Stefani – biblista, filosofo e teologo, collaboratore della rivista Il Regno e presidente di Biblia – con questo volume ci dona un’analisi profonda, intima e accurata, di uno dei capolavori dell’umanità. L’opera è una tempera grassa su tavola di cm 410×279, iniziata da Raffaello nel 1516 e conclusa poco prima della morte, che lo coglie all’età di 37 anni il 6 aprile 1520, Venerdì Santo.

In questo dipinto, esposto nella Sala VIII della Pinacoteca Vaticana, Raffaello – scrive Stefani – «compie l’inedita scelta di raffigurare sia quanto ha luogo in alto, la trasfigurazione di Gesù e il suo colloquio con Mosè ed Elia, sia quanto sta succedendo in basso, l’incapacità di porre rimedio al predominio del male». In quell’epoca, la trasfigurazione era spesso rappresentata, mentre era «inedita» la mancata liberazione del giovane ossesso. Ricordiamo che la trasfigurazione è narrata nei Vangeli sinottici (Mt 17,1-9; Mc 9,2-10; Lc 9,28-36).

Così, radicale è la contraddizione «tra un volto trasfigurato e uno stralunato, tra l’essere avvolti e trasformati da una realtà divina e l’essere afferrati e deformati da un potere maligno». Qui, «impotenza» e «richiesta d’aiuto» sono l’unica realtà che sembra esserci data vivere. Là, lontano, parrebbe invece dominare, distante nel suo fluttuare, una sovra-realtà a noi inaccessibile, indifferente al nostro patire. Un passo avanti nella comprensione – attraverso la via della speranza – sta nel relativizzare questa contraddizione ponendola su un piano temporale: il momento presente – precario e implorante – contrapposto a «quel che saremo nella vita eterna», nella pienezza della comunione in Dio. Una contrapposizione, quindi, non definitiva, ma fatta di attesa.

Nessuno intento nichilistico ma nemmeno, all’opposto, futilmente consolatorio: «se si mette precocemente in campo il risanamento, l’anti-trasfigurazione che pesa ancora su tanta parte dell’umanità viene troppo sbrigativamente edulcorata», scrive l’autore. E dunque la trasfigurazione è anticipazione, non inganno, realtà presente, non magia. E in quanto “reale” e in quanto “presente”, capace di trasformare qui e ora. L’effetto, insomma, è immediato, la piena comprensione sarà – invece – mediata solo dalla Pasqua del Signore. «Il “cambio di forma”», cioè la metamorfosi della trasfigurazione – scrive Stefani -, «va inteso come anticipo della resurrezione».

Mediare, dunque, appartiene al tempo; e alla dinamica della relazione: Stefani, citando il Vasari, a un certo punto si sofferma sulla figura femminile presente nel mezzo della parte inferiore dell’opera. Al centro, come a dire dell’equilibrio di cui è partecipe, del ruolo del quale è investita: quello di mediatrice – sul piano orizzontale – tra gli apostoli e la famiglia dell’ossesso, tra il basso e l’alto – su un piano verticale. «La donna – scrive Stefani – costituisce di sicuro il cuore della parte inferiore ma, forse, assolve questo ruolo anche rispetto alla pala nel suo insieme». Con la sua «postura “serpentinata”», può essere «simbolo della fede», scrive l’autore o, chissà, richiamare la Vergine Maria, Mediatrice di tutte le grazie.

In ogni caso, quest’opera è tanto universale – in quanto parla a un tempo della condizione e dell’anelito di ognuno – e personale, in quanto espressione ultima (non solo in senso temporale), testamento, grido estremo di Raffaello. Scrive Stefani: «Se, come sostiene Vasari, quel volto [del Cristo] è in assoluto l’ultimo soggetto dipinto dal sommo artista, è lecito pensare che in Raffaello operasse la speranza di raggiungere una vita più alta e duratura di quella terrena che era prossima a concludersi». Insomma, non esiste la morte, esiste il morire del singolo; la stessa condivisione di questo destino va vissuta come comunione, non come astratto comun denominatore. 

Ugualmente si può dire tanto dello sguardo stravolto del fanciullo quanto di quello – già illuminato – rivolto al Signore. È dunque l’altro che ci rimette coi piedi per terra, non per sprofondare, ma per ricentrarci, lontani dalla speculare tentazione dell’elucubrazione e del sentimentalismo. Ciò che ci permette di comprendere la realtà tanto del mondo sensibile quanto di quello eterno – essenza del primo – è ciò che li lega: una luce, mai distinta da un corpo; un volto, mai estraneo alla logica assurda della misericordia: «La parte inferiore della Trasfigurazione – scrive Stefani – testimonia l’ostinata volontà di prendersi cura dell’“altro” anche quando non si è nelle condizioni di aiutarlo in senso pieno». Nessuno basta a sé stesso, dunque; nessuno si salva da solo e nessuno salva l’altro da solo: «la tenda corporea del precario abitare di chi ha perduto la propria casa» non sta più nella tremenda solitudine del deserto, ma nello sguardo trasfigurato di Gesù, «casa imperitura».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026

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