Cittadini del mondo: modello per una Ferrara di pace e multietnica

12 Giu

«SIAMO QUI PER RIMANERE». Il racconto della realtà nata nel 1993 per far sentire meno soli i tanti stranieri nella nostra città. Integrazione, condivisione e mutuo aiuto le parole d’ordine. Nei disegni dei bambini/e, il desiderio di sentirsi a casa. Le voci delle volontarie/i dalla sede di via Mura di Porta Po: «il futuro ha anche i volti di queste persone»

di Andrea Musacci

Quando arrivo in via Mura di Porta Po, nello spiazzo antistante la sede di “Cittadini del Mondo” (nello stesso stabile dove sono presenti anche alcuni locali di Viale K, l’Emporio solidale “Il mantello” e alcuni appartamenti), a una lunga corda sono appesi diversi pannelli con disegni e vignette realizzate da bambine e bambini. Titolo di questa speciale esposizione, “Siamo qui per restare: la mia città, il mio quartiere”. È il tardo pomeriggio del 3 giugno, ed è un giorno speciale per “Cittadini del Mondo”: oggi si conclude l’anno scolastico 2025-2026 della scuola di italiano per stranieri, con la consegna dei diplomi.

Daria Giordani (volontaria della Papa Giovanni XXIII) e Lucia Forini lavorano come insegnanti alla Primaria Matteotti; ci spiegano: «le nostre classi 4^ B e 5^ B hanno partecipato a un laboratorio organizzato da “Occhio ai media”», progetto nato nel 2010 da “Cittadini del Mondo” per analizzare articoli sulla stampa locale, nazionale e internazionale e segnalare quelli che mirano a denigrare e discriminare le minoranze etniche. E Livia Bonfà, insegnante alla Primaria Poledrelli, ci spiega come la 5^ A della sua scuola «ha risposto all’invito di “Cittadini del mondo”». Così, diverse bambine e bambini di queste due scuole cittadine hanno cercato di raccontare il quartiere GAD e Ferrara come luoghi ospitali. Come la loro casa. «Mi sono diplomata all’Accademia di Belle Arti di Bologna e sto concludendo la Laurea Magistrale», ci spiega invece Laura Fioresi, giovane artista e docente “in erba” che ha aiutato le bambine e i bambini a realizzare i disegni. «Con bimbi provenienti da Paesi diversi – ci spiega Robert Elliot (“Occhio ai media”) – abbiamo cercato di comunicare un messaggio semplice» ma non scontato oggi: «questa è la futura generazione, è già qui, sono loro, questi bambini di etnie diverse», che assieme ai bimbi italiani rappresentano l’avvenire del nostro Paese. Bambine e bambini che vivono nei nostri condomini, frequentano le nostre scuole, giocano nei nostri parchi (tanto ricorrenti nei disegni esposti) e «sono qui per rimanere, contro ogni orribile teoria della remigrazione». Piccoli che – prosegue Elliott – «han partecipato a questo progetto con allegria, vivacità, passione. E il prossimo anno lo ripeteremo». L’ispirazione «ci è venuta dalla mostra Year 3 del regista britannico Steve McQueen», che prima dell’epidemia covid ha realizzato una grande installazione fotografica con le foto di tutte le bambine e i bambini delle classi terze elementari di Londra.

Carola Peverati è un’altra volontaria di “Cittadini del mondo” ed è l’instancabile «preside» della scuola di italiano per stranieri: «nonostante lo sfratto del Comune del 31 ottobre scorso dalla nostra storica sede di via Kennedy, abbiamo fin da subito ripreso le nostre attività in questa nuova sede, compresa la scuola».

Scuola che da settembre scorso è stata frequentata da 265 allieve/i provenienti da 43 Paesi, in maggioranza Tunisia (42), Pakistan (34), Marocco (29), Bangladesh (26), Camerun (20), Nigeria (19), Ucraina (11). E così via, per un “viaggio” in giro per il mondo toccando, fra i tanti Paesi, anche Brasile, Cina, Somalia, Tailandia, Venezuela, Etiopia, Palestina (e Germania…).

Le lezioni si sono svolte dal lunedì al venerdì dalle ore 17 alle 18.30, orari da dopolavoro. Un insegnante al giorno, una decina in tutto oltre ad alcuni supplenti. «I primissimi anni – ci spiega Peverati – avevamo un solo insegnante, ma da una dozzina di anni riusciamo a fare lezione 5 giorni alla settimana». E nell’anno scolastico 2024-2025 le allieve/i erano 210. Una realtà multietnica in continua crescita, quindi, con sempre nuovi arrivi, compreso un gruppo di sfollati dal vicino Grattacielo. E sono giovani, l’età media è di 25 anni e la maggior parte di loro hanno tra i 20 e i 35 anni di età. E un terzo sono donne, anche questo un dato in forte crescita. «Questa è la loro casa», prosegue Peverati, e «purtroppo non sempre riusciamo a fare lezione con due insegnanti alla volta, che faciliterebbe il loro servizio».

Un’altra insegnante volontaria è Marta Delmonte che ci spiega come a settembre la scuola ripartirà: «i nostri allievi e allieve sono quasi tutti lavoratori e lavoratrici e quasi tutti hanno figli». Sergio Golinelli è un altro insegnante di questa scuola speciale. Docente in pensione di italiano e storia all’ITIS di Ferrara, mi parla della «grande umanità che questi studenti e studentesse mi trasmettono. Questa scuola li aiuta molto a integrarsi e tra loro nascono anche amicizie e forme di aiuto reciproco. Consiglio a tutti di fare questa esperienza da insegnante».

«Si è creata una bella comunità», mi spiega Adam Atik, punto di riferimento di “Cittadini del mondo”. «Non è tanto il luogo ma sono le persone a fare questa associazione». Atik ricorda poi il timore un anno fa di vedere spostata la propria sede fuori città, a Chiesuol del Fosso: «abbiamo rischiato di perdere questo fiume di persone che rappresentano una grande ricchezza culturale e umana. Sono persone che crescono in questo contesto, si aiutano reciprocamente e col passaparola invitano altre persone».

Una forma di mutuo aiuto che in “Cittadini del mondo” comprende anche una parte di tutela contro gli abusi da parte delle forze dell’ordine: si tratta del Progetto Yaya sulla profilazione etnica o razziale in Italia, realizzato dal Coordinamento per Yaya, da “Occhio ai media” e “Cittadini del mondo” in collaborazione con l’Università Goldsmiths di Londra. Sul sito https://progettoyaya.org/ si possono trovare numerose testimonianze di persone straniere di Ferrara e altre parti d’Italia. Realizzata anche una guida legale, che proprio in questi giorni viene aggiornata. 

Il Coordinamento per Yaya nasce cinque anni fa ed è dedicato a Yaya Yafa, giovane guineano di 22 anni residente a Ferrara, che il 21 ottobre 2021 ha perso la vita in un terribile incidente al suo terzo giorno di lavoro all’Interporto di Bologna. 

Infine, segnaliamo che Progetto Yaya e Università Goldsmiths di Londra assieme all’Università di Bologna e a Liminal organizzano per l’11 giugno alle ore 18 l’incontro pubblico dal titolo “Profilazione razziale/profilazione razzista: l’esperienza italiana”. L’incontro si svolgerà nella Biblioteca Amilcar Cabral in via San Mamolo, 24, Bologna. Un’altra tappa importante di questa ormai trentennale associazione, che ha superato crisi, generazioni, cambi di Giunta e di sede. Ma che non intende fermarsi, anzi.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2026

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Beni comuni, ecco le reti dal basso per salvarli

11 Giu

Il 6 giugno a Ferrara la tappa della Carovana regionale di RECA e AMAS con i movimenti di lotta

Si può dire democratica una comunità che ha il potere (diffuso) di governare innanzitutto i beni fondamentali del proprio territorio, valorizzando il sapere pratico e la partecipazione di tutte/i. A partire da questo riflette, denuncia e propone la RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna), che insieme ad AMAS (Assemblea dei Movimenti Ambientalisti e Sociali dell’Emilia-Romagna) ha organizzato in questi mesi la Carovana regionale “Diritti e rovesci”, che si concluderà con il convegno regionale a Bologna il 13-14 giugno. L’ultima tappa è stata a Ferrara (parco Pareschi in c.so Giovecca) lo scorso 6 giugno, tappa coordinata dal Forum Ferrara Partecipata. La mattinata di confronto e discussione è stata moderata da Marino Pedroni e ha visto interventi di attiviste/i (soprattutto donne) di vari gruppi e movimenti del nostro territorio. Aspetto importante, questo: «spesso, infatti – ha detto Pedroni – è mancata una prospettiva globale sulle battaglie».

A proposito di ciò, Viviana Manganaro, coordinatrice RECA, ha illustrato la nascita della Rete regionale nel 2019, all’inizio del secondo mandato a Bonaccini e della lettera inviatagli da oltre 50 associazioni «su tutte le politiche sbagliate dei suoi primi 4 anni. Siamo stati, per questo, definiti la “spina verde” inRegione e abbiamo anche dato vita a un “Patto per il clima e il lavoro”, contropoposta rispetto a quello della Regione». Regione che «cerca sempre di metterci in un angolo ma abbiamo presentato anche quattro proposte di iniziativa popolare sui beni comuni». Ma ambiente vuole dire anche diritti delle persone, quindi sociali, ed è per questo che poi è nata anche AMAS.

Sull’aspetto più strettamente ambientale è quindi intervenuta Sandra Travagli (Comitato residenti Villanova), che ha spiegato come «nel 2013 in regione ci fossero 52 impianti biogas da combustione». Tanti, troppi: «nacquero quindi diversi comitati di protesta, ma nel 2018 la riconversione portò a un raddoppiamento della loro potenza e  alla nascita di 12 impianti biometano, fra cui quello di Villanova, il più grande in regione». Ma «il biometano non dev’essere considerato un’energia rinnovabile». Progetti, questi, inoltre fatti «senza un’adeguata informazione e senza il coinvolgimento di cittadine/i», ma anzi con la «sottomissione ai fondi finanziari di investimento» che han portato a «lo spolpamento dei territori».

L’acqua è un altro campo di battaglia a livello globale, vista anche la sua scarsità a causa della crisi climatica: Corrado Oddi ha presentato la campagna provinciale per la ripubblicizzazione del servizio idrico (v. la “Voce” del 27 marzo scorso): a fine 2027, infatti, scadono le concessioni del servizio idrico in provincia di Ferrara, con 11 Comuni del Basso Ferrarese dove opera CADF (a totale capitale pubblico), mentre nel Comune di Ferrara e in altri 9 dell’Alto Ferrarese il servizio è gestita da Hera.

A proposito di servizi pubblici, Romeo Farinella (urbanista UniFe, v. sotto) ha poi trattato il tema della mobilità sostenibile: «non regge più – ha detto – il modello secondo cui si costruiscono sempre più strade nei nostri territori. Bisogna, invece, ridurre l’uso delle auto e incentivare il sistema di trasporto pubblico.A Ferrara – Città delle biciclette – manca una vera rete ciclabile, idem in provincia. E serve ragionare sul creare “zone 30” e aumentare le ztl». La cura dei luoghi è tutela della vita: l’urbanistica, quindi, non può non essere “femminista”: su questo ha riflettuto Alessandra Guidorzi (“Ferrara, le donne e la città – Forum Ferrara partecipata”), che ha illustrato il progetto di una città delle donne, per le donne, e per tutti. Indagine svoltasi soprattutto nei quartieri Krasnodar e GAD. «Contro città dominate dal modello neoliberista e patriarcale – ha detto – bisogna attivare percorsi di transizione ecologica, con più luoghi di incontro, sottraendo gli spazi pubblici agli usi privati».

Luoghi come la sede di Cittadini del mondo (ne parliamo a pag. 11), di cui ha parlato Carola Peverati, che si è concentrata sulla demonizzazione dei migranti nella nostra città, «mentre invece andrebbero aiutati anche con servizi pubblici più efficienti». Altro luogo di incontro di realtà diverse è la Rete per la pace, di cui ha invece parlato Barbara Diolaiti («non c’è pace senza giustizia e lotta contro il neoliberismo, la guerra e il controllo delle risorse naturali»), mentre del Centro sociale “La Resistenza” (ancora senza sede) ha parlato Francesco Ganzaroli («sempre più forte è la repressione contro i movimenti sociali, anche a Ferrara»). Luoghi sociali e luoghi naturali, come quelli violentati dai grandi eventi: si pensi al Parco Urbano nel caso dei concerti di Vasco Rossi: da qui è partito Domenico Giuseppe Lipani, presidente di Italia Nostra – Ferrara: «il consumo estrattivo dello spazio pubblico porta danni al patrimonio pubblico, che invece è spazio e strumento di democrazia», ha riflettuto. «Cerchiamo, invece, di dar vita a una città-parco, dove il verde è spazio vissuto collettivamente». Gli ultimi interventi sono stati di Ilaria Pasti (Koesione22, quartiere Krasnodar), Silvano Tagliavini (Coordinamento cispadano NO autostrada), Claudia Zamorani (Comitato piazza Ariostea contro i megaconcerti in questo luogo tutelato), Laura Felletti Spadazzi (Plastic Free) e Andrea Firrincieli, che ha parlato della “Camminata per Samanta Zironi” che si tiene il 10 giugno al Barco, e del progetto “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace” (v. pag. 9).

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2026

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Grattacielo, ferita aperta: denunce e speculazioni, ma cultura e solidarietà resistono

10 Giu

LE TORRI DI FERRARA. Non si ferma né la battaglia legale portata avanti dal Comitato dei condomini né l’impegno della rete solidale per gli sfollati. E la Biblioteca Popolare Giardino resiste nel “vuoto”

di Andrea Musacci

Oltre un mese fa alcuni condomini e proprietari del Grattacielo di Ferrara hanno iniziato una battaglia legale contro l’amministratore condominiale: l’ipotesi è che non siano stati eseguiti numerosi lavori antincendio in spazi comuni nonostante i soldi versati dai condomini. Ma è proprio un incendio, quello della notte tra il 10 e 11 gennaio scorsi, ad aver convinto la Giunta comunale a sgomberare in poche settimane le torri con un atto di imperio.

Circa 800 persone – tra residenti e non – costrette da un giorno all’altro a cercare faticosamente di rifarsi una vita. Una ferita indelebile che riguarda lavoratrici e lavoratori, famiglie con bambini e anziani nel giro di poche settimane costrette a cambiare città se non Paese, a trovare alloggi di fortuna, a spendere altri soldi di affitto oltre a quelli investiti per comprare casa nelle torri. Ma a inizio maggio la rabbia e la frustrazione di molti ha preso la forma di una battaglia legale (con l’aiuto dell’avvocato Riccardo Venturi) portata avanti da un proprietario del Grattacielo, Daniele Pachera, che insieme a un condomino, Filippo Calafato, ha dato vita al “Comitato dei Condomini per la Trasparenza del Grattacielo” (ne abbiamo parlato sulla “Voce” del 15 e del 22 maggio). Lo scorso 9 maggio Pachera al Comando Provinciale della Guardia di Finanza ha depositato una denuncia-querela riguardante la gestione economica e finanziaria del Condominio Grattacielo. L’iniziativa «mira a fare chiarezza su un debito dichiarato di oltre 2 milioni di euro e sulla gestione di circa 1,3 milioni già versati dai condomini per lavori antincendio (oltre a 500mila euro non ancora versati) che, a quanto risulta dai rilievi tecnici dei Vigili del Fuoco, non sono stati eseguiti nelle parti comuni. Esiste invece il sospetto che una parte consistente di lavori effettuati all’interno di singoli appartamenti privati siano stati impropriamente addebitati al bilancio condominiale, gonfiando il debito comune a danno dei condomini adempienti». 

IL DEBITO VENNE GONFIATO?

Dopo questa prima denuncia-querela, i rappresentanti del Comitato Condomini sono riusciti a consultare alcuni documenti nello Studio dell’amministratore condominiale Francesco Donazzi. «Nel corso di questa ispezione – spiegano dal Comitato -, l’amministratore ha consegnato due versioni contrastanti della situazione debitoria: un prospetto basato sui bilanci approvati che indica un debito di 1,4milioni euro; e un prospetto definito “effettivo” che indica invece un debito di 660mila euro». Debito che potrebbe essere addirittura inferiore a questa cifra. Serve, però, consultare altri documenti: ma «l’amministratore non ha consegnato i registri storici durante l’ispezione. Dove sono finiti i soldi versati dai condomini se il debito reale sembra essere di molto inferiore rispetto a quello dichiarato?».

In attesa del primo tavolo tecnico dalla chiusura delle torri, in programma lunedì 8 giugno, il Comitato ha chiesto «di autorizzare esplicitamente l’accesso ai tecnici delle utenze (per bloccare le fatturazioni), ai periti privati e alle ditte specializzate in sanificazione. Abbiamo preteso che venga garantito ai residenti il recupero dei propri beni personali senza l’obbligo di costose vigilanze private, confermando che è sufficiente l’accompagnamento di personale con attestato antincendio».

SPECULAZIONI, SILENZI E SOLIDARIETÀ

Nel frattempo, c’è chi cerca di speculare sulla disperazione dei condomini: «il Consiglio di Condominio – spiega Pachera – ha diffuso un piano strategico che prevede la costituzione di una società veicolo (SPV “Grattacielo Ferrara S.r.l.”) per acquisire immobili “distressed” e gestire in via esecutiva i crediti deteriorati. Ma come si può minacciare di pignorare la casa di una famiglia se il debito non è certo? Non permetteremo che si utilizzino cifre non verificate per sottrarre le proprietà a chi sta già subendo il dramma dello sgombero».

E il Comitato interpella direttamente anche il Sindaco Alan Fabbri: «L’intervento del Comune è ormai urgente su più fronti. Dai conti forniti dall’amministratore, il Comune, essendo condomino per circa 50 millesimi, risulterebbe debitore di circa 10mila euro. Ma se le spese reali sono gonfiate del doppio, si sta chiedendo all’Ente pubblico di versare denaro dei contribuenti in eccedenza». Infine, «il timore più grande» dei condomini è che «lo stallo amministrativo possa compromettere la raccolta delle prove». Di qui il rinnovato appello «alla Procura della Repubblica di Ferrara affinché intervenga con la massima celerità», aggiunge il Comitato. Comitato che annuncia una nuova iniziativa di supporto e assistenza diretta: «aiuteremo i condomini sfollati a richiedere formalmente la proroga e la sospensione delle rate di mutui e prestiti e forniremo appoggio a chiunque venga raggiunto da procedimenti esecutivi promossi dal condominio». 

SAN BARTOLO “CHIUDE” IL 30 GIUGNO

In attesa di nuovi risvolti legali – si spera positivi per i condomini -, sono ancora tanti i singoli e le famiglie appesi alla speranza di poter tornare nelle proprie case. Fra questi, 46 persone ospitate nei locali dell’ex San Bartolo (alla periferia della città) gestiti dalla nostra Caritas (con l’aiuto degli scout AGESCI e di molti volontari e volontarie) ma di proprietà dell’AUSL, che ha concesso questa parte dell’edificio agli sfollati fino al 30 giugno. Ma queste persone non sono sole: lo scorso 24 maggio, festa di Pentecoste, è stato organizzato un grande pranzo proprio nel chiostro di San Bartolo. «Abbiamo invitato – spiegano gli organizzatori dell’Unità di strada Caritas -, oltre agli ospiti della struttura e molti altri ex abitanti delle torri, tanti volontari che in questi mesi hanno lavorato instancabilmente per l’emergenza grattacielo, e altri amici che ci hanno supportato. Ai ragazzi di San Bartolo, alle famiglie che continuiamo a seguire, e a tutti gli altri amici che abitavano le torri volevamo offrire una giornata senza pensieri e l’incontro con una parte di Ferrara generosa e solidale, che non li dimentica e continua a cercare delle soluzioni aiutarli a lasciarsi alle spalle questo difficile momento della loro vita».

Diverse persone accolte a San Bartolo hanno già trovato una sistemazione alternativa, ma molti sono ancora alla ricerca di un posto letto o un appartamento in affitto per una sistemazione a lungo termine. A Ferrara o altrove, chissà. E non si sa nemmeno con quale peso economico. Queste, sono tutte persone in possesso di regolari permessi di soggiorno, contratti di lavoro. 

Per questo, l’Unità di strada Caritas rinnova l’appello a chi ha un appartamento sfitto: «se avete modo di aiutarci a trovare qualcosa, contattateci. Caritas è disponibile ad accompagnare e mediare, garantendo serietà e supporto». Questi i contatti: cell. 388-9706494, mail info@caritasfe.it

BIBLIOTECA POPOLARE GIARDINO, PRESIDIO DEMOCRATICO

E a proposito di presidi solidali, a maggio ha compiuto 7 anni di vita la Biblioteca Popolare Giardino (BPG), che ha la propria sede proprio al Grattacielo, nel corpo aggiunto. Il progetto di questa odv nasce nel 2019 grazie all’azione di un gruppo di cittadine/i che decidono di impegnarsi nel Quartiere GAD per promuovere pratiche di integrazione e coesione sociale. La Biblioteca in questi anni è stata un punto di riferimento fondamentale per tante famiglie delle torri e non solo, per tanti bambine/i e ragazze/i, ma anche per l’intera città, grazie – ad esempio – alle tante presentazioni di libri, agli incontri di lettura e al language cafè. Il suo patrimonio librario comprende un settore narrativa, un settore infanzia con uno spazio appositamente dedicato e un settore multilinguismo, oltre a diversi giochi da tavolo. La Biblioteca opera all’interno della rete delle biblioteche comunali che fanno parte del Polo Bibliotecario Ferrarese (PoloUFe).

Venendo agli ultimi mesi, lo scorso 5 febbraio il Comune ha costretto la Biblioteca alla chiusura. Biblioteca che fino a quel giorno aveva ospitato il punto di ascolto dell’Unità di strada Caritas per gli sfollati e il doposcuola di Viale K (che in via Mura di Porta Po aveva lasciato spazio ad alcuni degli sfollati). Ma lo scorso 9 aprile la Biblioteca ha deciso in maniera autonoma di riaprire

«L’emergenza era finita – ci spiega Arianna Chendi, responsabile della biblioteca – ed è stato appurato che il corpo aggiunto non rientra nelle due ordinanze». Fra i progetti di questi mesi, “Semi di volontariato”, a cura del CSV Terre estensi e della Biblioteca Popolare Giardino con alcune classi della Scuola Boiardo; i ragazzi/e hanno anche visitato la biblioteca e sono state anche coinvolte le mamme straniere del progetto della Papa Giovanni XXIII “Madri a scuola”. E ancora: il Book club “Maestre 2”, la gara di puzzle, l’incontro dedicato alle mobilità Erasmus+ KA121 – 2025, organizzate da “Equilibri – per leggere” di Modena. Le prossime settimane ci sarà un ciclo di presentazione di libri di poesie, una festa per i bambini e laboratori estivi. E «abbiamo comperato tanti altri libri nuovi». C’è una prospettiva, quindi, nonostante il calo degli utenti in seguito agli sgomberi. «Da noi vengono alcune famiglie nigeriane e pakistane, ragazzini che abitano nei pochi appartamenti considerati abitabili, quelli del corpo aggiunto. E poi viene una signora che abitava nelle torri, grande lettrice e nostra affezionata. Ora abita in via Modena ma continua a frequentare la nostra biblioteca».

Nelle torri sono rimasti aperti il bar e i negozi, ma i grandi edifici vuoti danno un senso di degrado, meno senso di sicurezza a chi ancora frequenta la zona. Alcuni dormono nell’androne del Grattacielo. Miseria provocata dalle scelte di chi amministra la città, miseria che si aggiunge al dramma degli sfollati: «gli sfollati – riflette con noi Chendi – per entrare a prendere i loro vestiti estivi devono spendere 30 euro per 45 minuti, oppure sono costretti a ricomprarseli». Le associazioni di volontariato sono già attive per aiutarli, ma rimane un’ingiustizia dentro la più grande ingiustizia. Infine, l’appello: «Stiamo valutando, non senza difficoltà – conclude Chendi -, la possibilità di trasferirci pur rimanendo sempre in zona. Speriamo in un benefattore che ha un ambiente che non vuole lasciare vuoto». 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2026

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Vasco Rossi e le vere aperture di una città: una riflessione dopo i concerti

9 Giu

Le tante chiusure di una città che sempre più si fa abbagliare dall’illusione di guadagni facili, che non esistono. E che in cambio di questa illusione, sacrifica spazi comuni, luoghi protetti e il vivere civile

di Andrea Musacci

Ferrara città aperta: alla musica, ai turisti. Questa, la narrazione dominante nell’ultimo anno. Lo stesso si disse in occasione del concerto di Springsteen, e lo si ripete come un mantra per ogni grande concerto. L’idea che sempre più ci facciamo, al contrario, è quella di una città chiusa. Chiusa da parte di chi la amministra, nei confronti dei cittadini (residenti nelle aree interessate e non) che 5-6 mesi l’anno protestano per i forti disagi che vivono in termini di mobilità, inquinamento acustico, tutela e rispetto per gli spazi pubblici. Chiusura – che diventa dileggio, violenza verbale, insulto – di una parte di ferraresi nei confronti di chi dice no allo scempio della città. 

GRATTACIELO USURPATO

Ma chiuso, da gennaio scorso è il Grattacielo, che si erge come simbolo di un’enorme ingiustizia, torri come dita puntate al cielo a implorare giustizia. Aperti, invece, il 5-6 giugno nel parco Coletta antistante il gigante vuoto, erano i quattro “food truck” (i camioncini per il magna&bevi) e il “Birrabus 30”, «il più grande beer truck d’Europa, dotato di 300 spine simultanee e di una capacità di 1.800 litri», recitava compiaciuto un comunicato dell’ufficio stampa della Giunta comunale. E sempre lì, aperto era il bar “Mai guai”, purtroppo però con musica a volume altissimo fin dalla mattina del 5, tanto non c’è nessuno da disturbare lì dentro, e c’è da trasformare il parco in attrazione per turisti, gente di passaggio. I bambini e le mamme del Grattacielo, non ci sono più nel parco: al loro posto per due giorni (ma perché non renderli monumenti perpetui della città mordi&fuggi?) bagni chimici multicolori fluo, fin davanti la cancellata che divide le torri dal parco. 

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Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2026

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Mito fondativo USA ieri e oggi, tra fede, libertà e rivoluzione

5 Giu

L’anima degli Stati Uniti d’America nella conferenza di Tiziano Bonazzi in Biblioteca Ariostea

“Eredità e attualità della Dichiarazione d’Indipendenza” è il nome della conferenza tenutasi lo scorso 29 maggio nella Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara e organizzata dall’Istituto Gramsci con ISCO Ferrara.

Relatore è stato Tiziano Bonazzi (prof. Emerito Unibo), con introduzione di Piero Stefani (Istituto Gramsci Ferrara) e l’intervento finale di Massimo Faggioli (Trinity College Dublino).

Proprio quest’anno ricorre il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, testo che ha inciso profondamente sulla storia politica e culturale contemporanea.

«La Dichiarazione d’indipendenza – ha riflettuto Bonazzi – ha un linguaggio fluido, semplice, accessibile a tutti e tratta temi che ci sembrano normali. E fin da subito ebbe una risonanza mondiale». Un testo comunque particolare, se letto ai giorni nostri, col «perseguimento della felicità» come fine e il «diritto alla rivoluzione contro il potere giusto» come uno dei principi base. Un testo «deista» nonostante la radicale professione di fede dei coloni fondatori, e la convinzione secondo cui «nessuna chiesa può diventare chiesa di Stato, per non violare la libertà di coscienza» dei singoli. Nonostante ciò, la Dichiarazione d’Indipendenza «venne interpretata da molti pastori  come testo cristiano» e gli USA come «il secondo Israele». Così come «libertà e uguaglianza da alcuni furono interpretati non in senso universalistico», ma per i soli «pari», quindi non per i neri.

In ogni caso, la Dichiarazione è divenuta «mito fondativo politico», quindi «strumento che serve a dare senso a una comunità, il suo senso di esistere, per durare nel tempo». Dodici anni  dopo verrà ratificata la Costituzione federale, con «la divisione dei poteri insieme al principio federalistico, che rende meno pericoloso il governo centrale». Bonazzi ha poi riflettuto sulla cosiddetta Living Constitution (Costituzione vivente) di inizio Novecento, l’idea, cioè, che la Costituzione, pur non modificandosi formalmente, abbia di per sé un dinamismo necessario, una progressività per  meglio interpretare le trasformazioni nel corso del tempo. Approccio che, negli anni “caldi” della Guerra fredda fu poi bollato come «comunista» e in cui iniziò sempre più a emergere «un’idea restrittiva della rivoluzione americana». «Democrazia, libertà dell’individuo e libertà d’impresa diventano i tre pilastri del modello statunitense, con l’esclusione quindi dei diritti sociali e di alcune minoranze, come quella dei neri». E a questi tre principi, Eisenhower (presidente dal ’52 al ’61) vi aggiunse «la fede religiosa». Approccio, questo, di tipo conservatore  che portò alla triade «Dio-Patria-Famiglia», «limite all’individuo». Solo negli anni ’60 i diritti delle minoranze – afro, donne (anche se minoranza non sono), omosessuali, nativi – iniziano a essere difesi e inizia a imporsi il concetto di «persona».

Oggi – ha proseguito Bonazzi – col movimento MAGA (Make America Great Again) – «che è sbagliato considerare composto solo da persone ignoranti e appartenenti al ceto medio basso» – vi è una reazione a questo periodo “progressista”, e si guarda con angoscia al calo demografico dei cosiddetti “bianchi” e al sempre dominio della «cultura bianca». Alla base di ciò «vi è un inespresso razzismo», con «un’idea immobile della società». Ma quella degli USA è «una società complessa e variegata – ha proseguito il relatore anche interpellato dai presenti – quindi non vedo il rischio di una trasformazione antropologica. Certamente, però, il pendolo che nella storia USAoscilla sempre tra progressismo e conservatorismo, rischia per la prima volta di fermarsi a favore del secondo.Sarebbe la fine degli Stati Uniti d’America».

E a tal proposito, Faggioli – che ha ricordato d’esser stato allievo di Bonazzi all’Ateneo di Bologna – ha brevemente riflettuto sull’attuale crisi degli USA, del suo mondo conservatore e del «rapporto politica-teologia: assistiamo a un collasso totale del rapporto tra illuminismo e religione», ha aggiunto. Sempre su questo aspetto,Stefani ha invece riflettuto sulle analogie tra USAe Israele, in particolare citando l’inserimento, nel 2018, da parte del governo israele del “diritto religioso” come diritto fondamentale, definendo ufficialmente lo stato come «la casa nazionale del popolo ebraico». 

Infine, una notizia: dopo un anno al  Trinity College di Dublino, a luglio Faggioli tornerà ad insegnare alla Villanova University negli USA.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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(Foto: Chris F – Pexels)

Tanti soldi pubblici, danni ambientali e zone rosse: Ferrara “occupata” per Vasco Rossi

5 Giu

MEGACONCERTI. Il 5 e 6 giugno la città di Ferrara sarà letteralmente invasa da 120mila persone in occasione dei concerti di Vasco Rossi. Ma al di là delle luci, a rimetterci sono le casse comunali, la vita e il benessere di cittadine e cittadini, le risorse naturalistiche e la dignità della città

di Andrea Musacci

Chiunque viva Ferrara nel tempo libero, può dire che la nostra è tutt’altro che una città morta: che ci si concentri sull’ambito culturale in senso ampio, su quello artistico – in tutte le sue espressioni – o più ludico, sportivo e naturalistico, innumerevoli sono le iniziative quotidiane. Al contrario, una certa narrazione ideologica dominante negli ultimi anni, vuole convincerci che senza i grandi concerti Ferrara sarebbe un luogo morto. È anche grazie a questa nenia (ben manovrata da chi amministra la città) che da anni si giustificano grandi eventi musicali con un impatto devastante a livello naturalistico (nel caso soprattutto del Parco Urbano), della tutela del centro storico UNESCO (si vedano piazza Ariostea e piazza Trento e Trieste) e in generale sulla vita delle persone che a Ferrara ci abitano. Se sommiamo i concerti di marzo, quelli imminenti di Vasco, il Ferrara Summer Festival e il Buskers Festival privatizzato (con i rispettivi tempi preparatori e di smontaggio), circa 5 mesi in un anno vedono la nostra città invasa e occupata da manifestazioni espressioni della logica dominante di estrattivismo urbano che avvantaggia pochissimi – già benestanti – commercianti e i grandi investitori esterni.

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Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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(Foto Federico Vecchiatini)

Assoluto e (im)perfezione: l’arte di Fatigati a Ferrara

4 Giu

Si intitola “Geometrie dell’Assoluto” la mostra personale dell’artista Domenico Fatigati in parete fino al 28 giugno all’Hotel Annunziata (piazza della Repubblica, Ferrara). L’esposizione – visitabile tutti i giorni a ingresso libero e curata da Alberto Squarcia (Archeo900) -, presenta una selezione di opere nelle quali l’artista campano impiega materiali diversi, fra cui legno, forex, plexiglass.

La sua è ricerca della perfezione, non perfezionismo. «E invece no», mi ha detto lui stesso: «mi considero un perfezionista, non potrei che essere così…». In ogni caso, questa sua felice ossessione per la perfezione, per il rigore assoluto, forse negli anni l’ha in parte perduta. Come a dire che l’aspetto razionale-geometrico dell’essere artista non può annientarne la creatività, che è di per sé imperfezione, fragilità, movimento. L’inutilità dell’arte – per dirla in altri termini – non pretende la meccanica applicazione di regole rigide, di gesti millimetrici. Così, negli anni, nelle opere di Fatigati l’aspetto materico, dunque tridimensionale, emerge con sempre maggiore forza; e questo, già di per sé, è elemento meno dominabile, a differenza del disegno lineare e delle sue leggi.

Dice bene Squarcia nel catalogo della mostra ferrarese: nelle opere in parete «la simmetria non è mai statica, ma vibra di una tensione sotterranea». Tensione che anima questi campi schematici, composti dalla ripetizione di un’intuizione ripetuta x (ics) volte ma come se lo fosse all’infinito. Come se l’opera, quindi, non fosse che la rappresentazione esemplificata della struttura dell’Essere. Ma l’artista, con le sue mani di uomo, non può che realizzare l’opera quasi perfetta; e noi, con i nostri poveri occhi carnali non possiamo che ammirarla proprio lì, a un passo dalla impeccabilità che è solo di Dio. Pensiero, questo, che invece di darci un’infinita sisifea frustrazione, dovrebbe confortarci: al di qua dell’Assoluto vi è un’illimitata sequenza senza regole prefissate, uno spazio da disegnare, e da abitare. Ognuno con la propria – a volte impercettibile – imperfezione.

CHI È DOMENICO FATIGATI

Domenico Fatigati, architetto di formazione, per tanti anni docente alle superiori, è originario di Acerra (Napoli), dove vive, e a Ferrara ha già esposto nel 2017 al Liceo Dosso Dossi, nel 2019 all’Alkimia smart rooms e nel 2023 alla Galleria del Carbone.

Per la precisione, ha insegnato Geometria Descrittiva in alcuni Istituti d’Arte e Licei Artistici. Nel 1989 è stato fondatore dell’Istituto d’Arte di Acerra, ricoprendo il ruolo di Responsabile. Nel 2011 è stato cofondatore del gruppo nazionale “Astractura” e nel 2015 cofondatore del gruppo nazionale “Linearismo Cromatico”.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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«E se così non fosse?»: il mistero della vita nel libro di Muscardini

3 Giu

Si intitola “La parte visibile” la nuova raccolta di racconti di Giuseppe Muscardini. Un viaggio nella storia e nel cuore dell’uomo

di Andrea Musacci

«E se così non fosse?». Se dietro il pesante velo del reale riuscissimo a intravvedere una luce, uno sprazzo del mistero della vita? È da poco uscito “La parte visibile”, raccolta di 23 racconti di Giuseppe Muscardini (Edizioni Montag, 2026). Muscardini è stato Responsabile della Biblioteca dei Musei d’Arte Antica di Ferrara e ha all’attivo cinque romanzi e diversi saggi in ambito storico-letterario. La domanda iniziale la pronuncia uno dei personaggi di questi suoi affascinanti racconti. La pronuncia con cinismo ma possiamo farla nostra e usarla nel viaggio attraverso i secoli, pagina dopo pagina.

O SANGUE O MUMMIA?

Si inizia nel 225 a.C., l’odio tra celti e romani è «piacere della ferocia» e brama di vendetta. Si conclude con l’ecatombe senza sangue versato del covid. In principio, il protagonista, un celto, dice di vivere «dissanguato completamente in ogni mia volontà di rinascere»; la conclusione corre il rischio dell’astratto ottimismo. La vita è un brivido di potenza, è pieno dominio di sé o pieno dominio sugli altri. Ma il fluire delle pagine porta con sé un affievolirsi tanto della crudeltà quanto del racconto al solo presente; col passare dei secoli, sempre più si fa strada la memoria, sempre più la storia che si fa è anche quella disseppellita e analizzata. La storia “mummificata”, da vivisezionare freddamente, corpo morto oggettificato.

MISTERO: FEMMINILE E MEMORIA

E quindi, «l’occulto era tale perché ancora non esisteva una spiegazione naturale». Ma il titolo stesso di questo libro ci dà un’indicazione, richiamando – per contrasto – l’antitesi, l’invisibile. «E se così non fosse?», appunto: si può fare esperienza vera abbandonando le lenti opache della razionalità, per percepire la vita come mistero, cioè come qualcosa di inafferrabile coi soli occhi di carne. C’è il femminile, in queste pagine, che del mistero è grembo: «La carne insolente che continua a gridare», certo, e il gioco di sguardi fra i vetri di un treno. Emblema del non possedibile, del mistero appunto, è la donna. E c’è un’altra porta verso il mistero, oltre l’algida analisi storica e l’atroce desiderio di distruzione: quella della memoria viva. Memoria nella suggestiva atmosfera di una casa in altri tempi abitata («Ho desiderato un ambiente già vissuto, che emanasse l’afflato dei vecchi inquilini»), o nel martirio di Palach, che prima di diventare reliquia trasforma la storia nel profondo.

NESSUN MANUALE

La ricerca e la lotta – tipiche dell’umano – non aprono quindi al passato, ma al presente e al futuro. Siamo noi che costruiamo quel che sarà storia, storia viva, non cimelio, non antica colonna da salotto. E così, anche un cimitero può essere progetto e creatività: «nessun codice o manuale» «registrerà» l’impronunciabile che è nel cuore dell’uomo. 

«E se così non fosse?»: il «gioire della vita», le parole non dette, gli sguardi rubati, i minuscoli bagliori, le calde prossimità: qui, in questo fluire ci siamo noi, «con le nostre vette e i nostri abissi», bisognosi di accogliere e di pronunciare perdòno, non di essere tra coloro che si pèrdono.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2026

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Sarajevo, tutto l’orrore e tutta la speranza del mondo

30 Mag

«Irina aveva 1 anno quando fu uccisa da un cecchino»: a Santo Spirito in tante e tanti per la serata dedicata al ricordo dell’assedio negli anni ’90 e del “safari umano” su cui ancora si indaga. Ecco le testimonianze di quell’orrore e il grido di pace di chi c’era

Uomini che volevano sperimentare l’orrido piacere di sentirsi padroni della vita e della morte di innocenti, e rimandendo anonimi e impuniti. Ma c’è chi ora vuole portare alla luce questi delitti. Sulla “Voce” dell’8 e del 15 maggio scorsi vi abbiamo parlato dei “cecchini per gioco” nella Sarajevo assediata dal 1992 al ’96. 

Il Cinema Teatro Santo Spirito di Ferrara ha compiuto la scelta coraggiosa di dedicare una serata a questo macabro pezzo della storia contemporanea, e l’ha fatto la sera dello scorso 22 maggio, con la proiezione del documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanic, uscito nel 2022. 

Il documentario inizia con alcuni uomini che, durante l’assedio di Sarajevo, raccolgono su un ponte i corpi di un ragazzo e di una ragazza, colpiti a morte da un cecchino. Corpi che vengono posti nel baule di una macchina e portati in ospedale. Il loro sangue è colato sull’asfalto. Nel filmato, poi, la testimonianza di un uomo dal volto coperto, uno sloveno, ex ufficiale dell’esercito jugoslavo, poi assunto da un’importante agenzia investigativa USA. «Un giorno – racconta – vidi tre uomini stranieri, non vedevano l’ora di entrare in azione». Parla di statunitensi, canadesi, russi. «Si spostavano fra diverse postazioni, per sparare. Uno si sdraiò e ricevette un fucile: una persona venne colpita. La cosa mi inorridì molto».Questi stranieri «ricoprivano posizioni elevate, erano protette, uno di loro parlava un inglese fluente». Forse scelsero di fare questo safari umano «perché nella loro vita si annoiavano». L’uomo racconta anche di un bambino colpito a morte mentre passeggiava con la madre, «mano nella mano». Erano tutti «cacciatori esperti» questi stranieri, ma «generalmente colpivano al torace, perché alla testa era più difficile» a distanza.

Poi il documentario segue con la testimonianza di un uomo e una donna, marito e moglie, che raccontano di come nell’ottobre ’93, fossero in giro per una passeggiata nelle strade di Sarajevo con Irina, la loro figlia di 1 anno e 4 giorni. «Erano giorni tranquilli, non si sentivano spari», dice la donna. Ma all’improvviso, dal nulla, Irina viene colpita da un proiettile. Il proiettile di un cecchino. «E nel ’94 – racconta ancora – rimango incinta nuovamente, di un maschio, che però al 9° mese di gravidanza muore.Il medico mi spiegò che aveva assorbito il mio stato mentale».Lo stato mentale di una persona fortemente traumatizzata.

Un altro uomo, un bosniaco sulla 50ina, costretto su una sedia a rotelle, racconta di quand’era 20enne, soldato e studente universitario. Il 3 marzo del ’95 era contento ed essendo una giornata primaverile uscì per fare una passeggiata, «il cielo era bello». Un cecchino lo colpì, condannandolo a non poter più camminare. «Siamo stati tutti uccisi dalla guerra, stiamo tutti lentamente morendo per queste ferite», dice. E non parla delle ferite fisiche.

Viene poi intervistato Edin Subašic, ex agente dei servizi segreti dell’esercito bosniaco, testimone molto importante, che riporta ciò che un soldato serbo di 20 anni fatto prigioniero dai bosniaci allora raccontò loro: «ci parlò di cinque stranieri, di cui 3 italiani – uno milanese -, diretti nel ’93 a Pale (cittadina a 17 km da Sarajevo, ndr) e con attrezzatura da caccia di lusso». Uomini arrivati anche «con auto di lusso, che dissero che pagavano per poter essere cecchini». Ed erano «scortati dalle forze speciali serbe».Allora «informammo SISMI e SISDE ma l’unica cosa che ci dissero, dopo mesi, e che tutto era stato bloccato e che non si sarebbero più ripetute queste azioni». Non fu così.

«Dio, se potessi vivere solo un altro giorno, per vedere il sole spuntare sulla Bosnia…», canta un gruppo di ragazzini bosniaci nel finale, seduti nei loro banchi di scuola. Un agrodolce canto di speranza. 

Quella che si è cercata di trasmettere a inizio e a fine serata a S.Spirito. In apertura, infatti, vi è stato il collegamento video con Andrea Baudino e Giuseppe Modica, autori e narratori del podcast “Blokada. Sarajevo, la civiltà sotto assedio”, prodotto da Bottega Errante Edizioni. «Fino a qualche anno fa sembrava incredibile – han detto – che in Europa ci fosse stata una guerra devastante come quella nei Balcani. Eppure, nel 2022 questo incubo si è ripetuto in Ucraina». Riguardo all’assedio di Sarajevo, gli abitanti di questa città «dalla sera alla mattina si son dovuti abituare a schivare i proiettili dei cecchini, a dover trovare acqua e a non trovare beni alimentari primari nei supermercati». Ma prima del ’92 Sarajevo era «una città multietnica e multireligiosa, aperta e inclusiva, e che veniva da decenni di florido sviluppo, come tutta la Jugoslavia». Gli abitanti di Sarajevo però trovarono il  modo di «resistere: sono stati oltre 2mila gli eventi culturali negli anni dell’assedio». E riguardo a Gabriele Moreno Locatelli – ucciso da un cecchino sul ponte Vrbanja a Sarajevo il 3 ottobre 1993 e a cui era dedicata la serata -, i due autori lo hanno definito «un faro, la concretizzazione del pacifismo concreto langeriano».

Dopo la proiezione del documentario è stata proiettata la videointervista realizzata da Alberto Mion del Cinema Santo Spirito (e organizzatore della serata) a don Renato Sacco, prete della diocesi di Novara, ex coordinatore nazionale di Pax Christi e testimone diretto di uno degli episodi più straordinari di quegli anni: la Marcia dei 500. Marcia a cui parteciparono, fra gli altri, anche don Tonino Bello, don Albino Bizzotto dei “Beati i costruttori di pace”, Eugenio Melandri e mons. Luigi Bettazzi. «Non avevamo altra possibilità che l’indignazione», ha detto don Sacco. «L’ultimo giorno a Sarajevo abbiamo visitato una chiesa cattolica, una ortodossa, una moschea e la sinagoga», segni della Sarajevo di pace. «La guerra non è un destino ineluttabile, si possono scegliere strade di pace», ha aggiunto. «Gli eserciti di domani saranno questi uomini disarmati», disse don Bello in quell’occasione. «Si trattava – ha ripreso don Sacco – di un tentativo di dar carne al sogno del profeta Isaia»: «essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro e le loro lance in falci» (Is 2,4). «Venivamo considerati dei matti, come oggi matti vengono considerati gli uomini e le donne della Global Sumud Flotilla» dirette a Gaza, «nonviolenti come noi. È incredibile che venga criticata la Flotilla e non chi produce e vende armi… Non abituiamoci alla guerra!», il suo grido finale, più che mai urgente.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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(Foto tratta dal doc. “Sarajevo Safari”)

Competizione e culto dell’eccellenza: se la scuola pubblica diventa un’azienda

29 Mag

Presentato il libro “Contro la scuola neoliberale”: l’INVALSI è un sistema di valutazione nazionale fortemente astratto e strumentale che pone in competizione tra loro scuole, studenti e territori

La scuola è stata «ridotta a un’azienda», «governata in senso privatistico», il capitalismo è «entrato totalmente nelle nostre classi», stravolgendo il modo di pensare e di parlare di molti. È questa la dura accusa che lo scorso 20 maggio nella libreria Libraccio di Ferrara ha lanciato Rossella Latempa, docente e e una delle autrici del libro collettaneo “Contro la scuola neoliberale”, libro presentato con Antonio Ferrucci e Silvia Giordano in un incontro organizzato in collaborazione con Usb Scuola. Il volume nasce dall’esperienza di “Consigli di classe”, collettivo culturale composto da docenti della scuola e dell’università di cui fanno parte le autrici e gli autori (insegnanti, ricercatori, studiosi) dei saggi qui raccolti.

Che la visione neoliberale (o neoliberista) abbia invaso anche la formazione, per Latempa lo si evince guardando come l’OCSE ha rappresentato l’istruzione: «una scalata individuale dello studente verso la vetta del successo personale». Un’immagine molto emblematica. A cambiare – come sempre accade – è stato innanzitutto il linguaggio: un «linguaggio economico» che ci porta a parlare di «economia dell’educazione», di «capitale umano» e dei docenti come «commessi del capitale umano», mentre a decidere sono i cosiddetti “esperti”. Le trasformazioni della scuola in senso neoliberale – una vera e propria «fase regressiva» – vanno avanti da anni, a partire da metà anni ’90, «e spesso in maniera strisciante, non organica». Ed è stato un processo «del tutto trasversale alle forze politiche» – centro-destra e centro-sinistra. “Riforme”, queste, compiute «nel segno della modernizzazione e dell’innovazione, strumentalizzando parole d’ordine della fase progressiva della scuola», attuando un vero e proprio «rovesciamento delle parole», del loro senso profondo. Il caso dell’azienda Leonardo è molto interessante sotto questo punto di vista. Leonardo – prima azienda europea nella produzione di armi – continua a proporre la sua trappola chiamata “Officina Leonardo”, vale a dire percorsi di inserimento lavorativo per neodiplomati in Campania: ciò, per Latempa rappresenta «l’approdo di un lungo percorso che in tanti han sottovalutato o ignorato, e di cui Valditara è solo l’ultimo tassello in ordine temporale».

L’autrice ha poi scelto l’INVALSI come fulcro di questo processo di aziendalizzazione della scuola. L’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione) è l’ente pubblico che valuta la presunta qualità della scuola italiana e con INVALSI si indicano anche i test – fortemente standardizzati – che gli studenti della nostra penisola sono obbligati a svolgere. Ma è più di un test, è «il cuore della scuola neoliberale», che «pone tra loro in competizione studenti, scuole e territori», «descrivendo lo studente in termini di efficacia ed efficienza», per formare «capitale umano in vista del suo inserimento nel mercato». Insomma, si tratta di uno strumento che «risponde a un modello matematico di profilazione dello studente, con un “centro” – “l’eccellenza” – fino ad arrivare ai “margini”». Un modello che ricorda quello del Six Sigma, usato per la prima volta negli anni ’80 del secolo scorso da Motorola per l’efficientamento nella gestione aziendale. È la rappresentazione perfetta dell’idea neoliberista secondo cui «non esiste nulla di non misurabile». 

Il sistema INVALSI è stato presentato nel 2008 – quando Ministra dell’Istruzione era Maria Stella Gelmini (ex Forza Italia ed ex Azione) – da tre economisti: Giorgio Vittadini, Daniele Checchi e Andrea Ichino, i primi due dell’Università di Milano, l’ultimo dell’Ateneo bolognese. Ricordiamo che Vittadini è tra i fondatori della Compagnia delle Opere di CL. INVALSI crea un vero e proprio profilo digitale» dello studente, un profilo personale molto dettagliato, invasivo potremmo dire. Aspetto che «l’Intelligenza artificiale potrà solo peggiorare». E lo studente «non potrà mai venire a conoscenza di come si è svolta una valutazione che lo riguarda». Per cui, la certificazione INVALSI è a tutti gli effetti un «diploma parallelo» a quello classico, «che illude molti genitori che il futuro lavorativo» dei propri figli possa dipendere da questa astratta misurazione. Misurazione fatta – tra l’altro – con soldi pubblici che potrebbero essere spesi in altri modi, ad esempio per stabilizzare i tanti precari della scuola e per aumentare gli stipendi dei docenti.

«Contro questa scuola del capitalismo serve un’alleanza tra studenti, insegnanti e genitori», ha aggiunto Latempa. Un auspicio, per una rivoluzione culturale profonda.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2026

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(Foto: Masi – Pexels)